martedì 19 settembre 2017

L'esegesi del pensiero del sindaco di Roma Virginia Raggi #Atac

La settimana scorsa Virginia Raggi in Campidoglio è intervenuta sulla questione Atac, l'azienda dei trasporti romana in stato comatoso, virtualmente fallita. Purtroppo le aziende pubbliche purtroppo non falliscono mai, interviene sempre Pantalone, alias il contribuente, a consentire il salvataggio.
Verrebbe da citare Margaret Thatcher: "Non esiste il denaro pubblico, esistono i soldi dei contribuenti". Ma come soleva dire a lezione in Università Bocconi Marco Vitale trent'anni fa "Il più grande fattore di mutamento culturale è la fine della cassa". Se la cassa non si esaurisce, l'andazzo di assenteismo, ricambi rubati, biglietti venduti in nero, prosegue.
Cito integralmente perchè merita il "Buongiorno" di Stefano Feltri sulla Stampa del 2 settembre scorso:

"Un autista di autobus di Roma, oltre che guidare gli autobus, faceva il traslocatore. Un altro faceva il piastrellista. Un altro ancora lavorava alle pompe funebri. C’è gente che fa turni di tre ore, ha detto andandosene Bruno Rota, penultimo direttore generale di Atac, l’azienda dei trasporti della capitale. Ogni giorno almeno un assunto su dieci rimane a casa, per malattia o permesso. Ad agosto la percentuale sale a uno su cinque. I sindacalisti si sono presi undicimila ore di permesso in più rispetto agli accordi. C’era chi era in permesso sindacale da un anno. Del resto in Atac ci sono undici sigle sindacali. Sono stati appena licenziati quaranta dipendenti entrati col sistema di Parentopoli, ma non vogliono rinunciare alla liquidazione.

Ogni anno, fino a pochi anni fa, venivano venduti biglietti falsi per 70 milioni di euro, con la collaborazione di dirigenti ed edicolanti. Sono state acquistate porte-vetro a 98 e 128 euro quando l’offerta media delle aziende sconfitte era di 6,5 e 13,5 euro. Fra il 2013 e il 2015 sono state bucate 6 mila gomme ma ne sono state sostituite d’urgenza 15 mila. Dove sono finite le 9 mila di troppo? Boh. La metropolitana, per sciopero o guasto, è ferma in media più di un giorno alla settimana. I suoi freni a disco costano 6 mila e 700 euro anche se il prezzo di listino è di mille e 700. Un viaggiatore su tre non paga il biglietto. Ogni giorno un autobus su quattro è fermo perché rotto. Atac ha un debito di 1,3 miliardi di euro. Forse fallirà, forse no, ma una domanda non è ammessa: di chi è la colpa?".

Di fronte a questo marasma organizzativo e societario, una cloaca senza senso (certamente dovuto alle gestioni passate, ma il sindaco pentastellato è stato eletto per cambiare le cose) Virginia Raggi in aula ha detto:
- "privatizzare l'Atac non è la soluzione, cedere l'Atac ai privati sarebbe consegnare il trasporto pubblico a logiche di profitto con la creazione di linea di serie a e serie b...nessuno potrebbe escludere l'aumento del costo dei biglietti per aumentare i ricavi;
- per effetto di politiche sciagurate Atac rischiava il fallimento, noi la salveremo mantenendola in mano pubblica; salveremo un patrimonio che appartiene a tutti i romani, rilanceremo il servizio pubblico; lo strumento per concretizzare questo impegno si chiama concordato preventivo in continuità.
-  Non ci saranno tagli; saranno mantenuti i livelli salariali e occupazionali".

Dopo aver letto queste affermazioni, chiunque capisce che non vi è alcuna volontà di cambiare le cose. Il Movimento 5 Stelle prima ingaggia in pompa magna il manager Bruno Rota - proveniente da Atm -  e poi subito dopo lo costringe a dimettersi perchè contrastato duramente nelle prime opere di "bonifica aziendale".
Attendiamo con ansia in provvedimento governativo "SalvaRoma" o "SalvaAtac", che consentirà per altri lustri la malagestio romana.

Come se ne esce? I radicali - con tenacia - hanno raccolto le firme necessarie (30mila) per il referendum consultivo che ha l'obiettivo di costringere l'amministrazione capitolina ad aprire il mercato dei trasporti alla concorrenza attraverso una gara pubblica (che in teoria l'Europa ci obbliga a fare). Il bene comune non è l'Atac - ricettacolo di consenso - ma il servizio offerto ai cittadini.

giovedì 7 settembre 2017

Tesoretto, parola nefasta, frutto di una cultura da Strapaese

Non appena i conti pubblici accennano un qualche miglioramento, ecco apparire subito i trivellatori della spesa pubblica (Guido Carli, cit.), coloro che intendono scaricare il risanamento sulle future generazioni, che non votano ancora o che devono ancora nascere.
La parola che chiarisce subito le intenzioni dell'interlocutore di turno è "tesoretto". Non appena la doveste sentire, fuggite a gambe levate perché le conseguenze possono essere solo negative.
Secondo il vocabolario Garzanti, Tesoretto indica la somma che la finanza pubblica si trova a disposizione in più di quanto aveva previsto, per aumentato gettito fiscal e in particolare per le riduzioni dell'evasione".
Con il terzo debito pubblico del mondo, parlare di 'tesoretti' non ha assolutamente senso. Prima di festeggiare, occorre ridurre la spesa corrente, poi andare in surplus di bilancio annuale e poi ridurre il mostruoso debito pubblico.

Il sociologo Ilvo Diamanti su Repubblica, "le parole non sono semplici simboli che significano la realtà. Ma contribuiscono, a loro volta, a costruire la realtà sociale. Oppure a modificarne il senso, dunque: la percezione".

Fausto Bertinotti
Uno dei primi a usare la parola "tesoretto" fu il "Parolaio rosso" (Giampaolo pansa, cit.) Fausto Bertinotti, il quale gira con la scorta da ex presidente della Camera, ha una sbalorditiva pensione calcolata con il metoro retributivo e spara un sacco di panzane.
Non ci meravigliamo che I ciellini - alla ricerca di una nuova guida, dopo la fine dell'amore con Roberto Formigoni - lo abbiano applaudito al loro Meeting agostano.

Vi ricordate Guzzanti quando imitava Fausto Bertinotti? Spassosissimo.