venerdì 23 giugno 2017

La condanna a 6 anni di Roberto Formigoni, non solo arrogante, presuntuoso e avido; per i giudici "callido e pervicace"

Uno dei personaggi più squallidi della politica italiana è senz'altro Roberto Formigoni, per vent'anni dominus incontrastato della Regione Lombardia. Ciellino fin da adolescente, il "Celeste" ha utilizzato il pensiero di Don Giussani - a cui verrà intitolata anche la fermata Solari della prossima M4 milanese - a fini strumentali, per arraffare vantaggi patrimoniali, quantificati dai giudici in oltre 6 milioni di euro. Parlare di Gesù ed andare in yacht a spese dei contribuenti è insuperabile.
Senza essere soci della Compagnia della Opere, alias Cdo, la "lobby di Dio", in molte società partecipate della Regione Lombardia non si lavora, ancora oggi. E' deprimente, ma è così.

Formigoni aveva un conto corrente alla Banca Popolare di Sondrio che funzionava solo nella sezione avere. Non aveva uscite, sono entrate. E come faceva a vivere? Boh, Formigoni ai giudici non è riuscito a spiegarlo. Vale la pena citare la testimonianza del ristoratore Claudio Sadler al processo: «Pagava sempre Daccò anche quando Formigoni veniva da solo. Avevamo ricevuto personalmente da Daccò la disposizione che i conti del presidente fossero a suo carico. Formigoni, anche quando veniva senza Daccò, non si preoccupava affatto del conto e, una volta finita la cena, andava via. Ringraziava e andava senza neppure chiedere quale fosse l’importo. Ordinava peraltro con libertà, bevendo solo champagne del quale è particolarmente appassionato».

A Repubblica, che per anni riportava le storie delle sue vacanze, pagate dai suoi sodali Daccò e Simone (che potevano promettere al mondo della sanità privata ingenti rimborsi nelle prestazioni non tariffabili), il senatore - ancora oggi presidente della Commissione Agricoltura (ma cosa ne sa quest'uomo di agricoltura?) - rispondeva che si trattava di "riciclo di immondizia". La settimana scorsa Sebastiano Messina ha scritto con ironia: "L'uomo che non volle mai rispondere alle cinque domande di Repubblica sui regali del faccendiere Daccò è stato condannato per aver abusato del suo potere . Le risposte che lui non volle dare nel 2012 sono arrivate, cinque anni dopo, nella sentenza di un Tribunale. E a quella che lui chiamava "immondizia", i giudici hanno dato un altro nome: corruzione".

Delle oltre 600 pagine della sentenza di primo grado mi hanno colpito due termini ormai desueti. Formigoni ha abusato del suo potere "in modo callido e spregiudicato, per fini smaccatamente di lucro".
La callidità è quell'astuzia che viene allenata dall'esperienza; callido è l'ingegnoso segreto del vecchio liutaio nella scelta del legno per un violino, callido il tono emozionante e divertente con cui parla il professore che in decenni ha forgiato il suo metodo per far passare la materia.
Corrado Augias ricorda come nel passato callido era Ulisse, un campione di astuzia: "La callidità è una furbizia allenata e consolidate dall'esperienza, chi è davvero callido infatti non lo dà tanto a vedere". Viceversa Formigoni con quelle giacche color aragosta si faceva vedere eccome. Chi non ricorda l'imitazione di Crozza?
Formigoni ostentava alla grande fino a essere pacchiano. Sdraiato sui divani all'ultimo piano di Palazzo Lombardia, come un pascià. Tanto l'arredamento lo pagano i contribuenti lombardi. Si può certamente parlare di spudoratezza, di chi si sente protetto e dopo lustra di potere non vede limiti alle sue licenze.
Come si fa a proclamarsi vergine, a essre un devote di Memores Domini e rotolarsi nel lusso delle barche e delle ville in Sardegna? Come scrive Augias "Gesù su quegli yacht non ci avrebbe nemmeno messo piede, men che mai con una giacca color aragosta".
Sempre i magistrati di Milano hanno definito Formigoni "pervicace", che il dizionario Treccani definisce "che non si lascia convincere, che rimane ostinatamente fermo nelle proprie convinzioni, anche errate, o nel proprio atteggiamento e comportamento". L'ostinazionazione cieca, così come le urla al desk Alitalia (ve le ricordate?). Il potere nella sua arroganza massima. 
Aspettiamo il secondo grado e la Cassazione, con calma. Finirà anche la legislatura, così Formigoni non sarà più protetto galle garanzie dei parlamentari.

Tra i tanti che si sono fatti abbindolare da Formigoni c'è qualcuno che vuole fare mea culpa?

lunedì 19 giugno 2017

Ma le Università italiane sono davvero così indietro?


Quacquarelli Symonds, una società britannica che si occupa di servizi per studenti universitari in tutto il mondo, ha pubblicato i QS World University Rankings, ossia la classifica delle migliori università mondiali. In testa c’è l’M.I.T. (Massachusetts Institute of Technology di Boston), seguito da Stanford e da Harvard; quarto il California Institute of Technology, quinta Cambridge, sesta Oxford.

E le italiane? La Bocconi non c’è, perché specialistica.

Il Politecnico di Milano è al 170° posto, l’Alma Mater di Bologna al 188°, la Scuola Superiore S. Anna e la Scuola Normale di Pisa al 192°.
Mah….

Sarebbe ridicolo negare l’esistenza di gravi problemi e forti insufficienze in ordine ai nostri atenei.
Tuttavia, persino americani, inglesi, europei ed asiatici riconoscono che nelle nostre migliori Università la qualità dell’insegnamento è molto elevata ed un laureato del Politecnico di Milano o della Normale di Pisa è in grado battere, in un confronto uno contro uno, qualunque laureato americano, inglese o asiatico.

Certo, è giusto che una classifica generalista tenga conto di tanti fattori, organizzativi, gestionali, ambientali oltre che scientifici. Ma il risultato, deludente, nonostante qualche progresso rispetto agli scorsi anni, deve servirci per porre rimedio alle carenze, senza però ignorare che la qualità delle nostre punte di eccellenza esiste e va preservata.

La domanda da porsi è come la Bocconi ha recuperato posizioni in classifica nell’ambito delle università europee di economia. Ha analizzato con attenzione quali fattori sono presi in considerazione dalle società di valutazione. In ogni area di debolezza si nomina un responsabile che tiene il passo del progetto di miglioramento. Molte università italiane si disinteressano dell’ufficio Placement, che è invece considerato in modo rilevante all’estero. Perché non metterci mano? Per pigrizia, supponenza, o benaltrismo.

Una tendenza interessante che dovremmo portare in Italia è la contaminazione delle discipline. I laurendi in medicina devono studiare economia e chi studia finanza deve studiare Joyce e Proust. Si parla sempre di più di digital humanities, le discipline umanistiche declinate sul web. Una volta studiato Leopardi, allo studente si dà il compito di aprire una pagina su Facebook e di creare contatti, rete di comunità di seguaci, “persi” per il grande poeta di Recanati.

Agar Brugiavini
Tempo fa ero al telefono con Agar Brugiavini, direttrice del Collegio Internazionaledi Ca’ Foscari, la quale mi disse: “Il nostro studente tipo studia economia o filosofia a Ca’ Foscari e, al contempo, effettua nel Collegio (dove risiede) dei percorsi di didattica complementare (in gergo, “Minor”, ossia con un numero di crediti inferiore al corso di laurea) in altre discipline. L’obiettivo è approfondire temi non specifici della propria disciplina. In tal modo lo studente matura molto, apre la propria testa ed è disponibile a mettersi in gioco anche su altre discipline”.

Brugiavini sottolineò un punto molto rilevante, la necessità di conoscenze orizzontali che consentano di affrontare il cambio di tipologia di lavoro durante la propria vita: “L’università deve preparare lo studente a un mondo lavorativo dove il percorso fordista si è esaurito, avremo sempre più ‘carriere interrotte’, caratterizzate da discontinuità”. Un modo per essere pronti è contaminare i saperi e le conoscenze. Ai laureati in lettere, per esempio, durante il percorso magistrale, organizziamo dei laboratori di “Digital humanities”, dove si impara a costruire pagine web, sondaggi su facebook, interviste online”.

Proprio pochi giorni fa alla Stampa Ivo Dionigi, già rettore dell’Università di Bologna, ha detto: “Dobbiamo investire sul sapere orizzontale. Anche Steve Jobs diceva che abbiamo bisogno di ingegneri rinascimentali. Nei saperi tecnologici si deve inserire la storia, in quelli umanistici l’economia. Dobbiamo insegnare ai ragazzi ad essere capaci di imparare”.

Con tutti i laureati in discipline umanistiche e le migliaia di studenti in giurisprudenza (troppi, vedasi le analisi di Nicola Persico), urge spingere le facoltà a contaminare le lezioni con dosi sempre maggiori di scienza e statistica.

P.s: Questo post è scritto a 4 mani con Pippo Amoroso, già presidente dell’Associazione per il Progresso Economico.