venerdì 2 dicembre 2016

Omaggio ad Adolfo Beria di Argentine, formidabile magistrato

In questi giorni cade l'anniversario della nascita di Adolfo Beria di Argentine, magistrato italiano che merita di essere ricordato. Nato il 5 dicembre 1920, quattro giorni prima di Carlo Azeglio Ciampi, Beria, come sintetizzato da Giuseppe De Rita, "è stato un grande organizzatore di cultura socio-economica, e fu, forse, il più grande di tutti negli anni Cinquanta e Sessanta, quando portò a una fase culturalmente esplosiva il "suo" Centro nazionale di prevenzione e difesa sociale, fucina di un'intera classe dirigente....Beria è stato il più "globalizzato" di tutti gli italiani che si sono occupati di giustizia". E' difficile nella storia della magistratura trovare una personalità così proteiforme: "Vitalissimo organizzatore e solitario giudice, studioso internazionalizzato e riservato nobile piemontese, coraggioso combattente e sereno fatalista". Un uomo di movimento, uno che mette in movimento le cose, non lascia le cose come le ha trovate. Capite che uno così, in un territorio dove si predilige il rinvio e il lasciar le cose come stanno, non ha avuto vita facile.
Ma partiamo dal principio.

Nato a Torino in una famiglia di magistrati la seconda Guerra mondiale lo costringe subito a un brusco scarto nella sua ordinata esistenza. Nel novembre-dicembre 1944 il Servizio informazioni militari (sim) e la Special Force n. 1 (struttura dell'intelligence britannica per i territori occupati dai tedeschi) affidarono a Beria una delicatissima missione di spionaggio miliare sul fronte delle Alpi Occidentali. Un'operazione ad alto rischio (se fosse stato scoperto la pena sarebbe stata la fucilazione) che prevedeva il lavoro del giornalismo di Guerra. Beria se la cavò e il 1° Maggio 1945 si incontrò a Milano con Edgardo Sogno (che successivamente radicalizzò le sue vedute in senso marcatamente anticomunista), Ferruccio Parri e Raffaele Cadorna.

Nel 1947 Beria entra in magistratura e contestualmente (1948) dà vita al Centro nazionale di prevenzione e difesa sociale - che esiste ancora oggi, diretto dalla figlia Camilla Beria - che animerà un dibattito sulle scienze sociali di altissimo livello, con protagonisti di prim'ordine. Alla riunione costitutiva presenziarono tra gli altri, Giovanni Demaria (tra i pochi a criticare apertamente la politica economica corporativa di Mussolini) , Antonio Greppi (sindaco di Milano), Ferruccio Parri, Riccardo Bauer, Umberto Terracini. A Milano la stagione del rinnovamento e della speranza è più robusta che altrove.
Salvatore Satta, maestro di Beria, scrive: "Il passaggio dal tempo del lutto e della distruzione a quello della ripresa e della ricostruzione si realizza, diversamente che nel primo dopoguerra, all'insegna di uno slancio ottimistico, di una voglia di riscatto non solo economico, ma anche morale". Quel che contava era la competenza e l'appartenenza alla comunità scientifica, non la collocazione o l'orientamento ideologico.
Beria dimostra con i fatti, con gli eventi culturali che il Centro è in grado di organizzare, una capacità strordinaria di coinvolgere le persone, di galvanizzarle. Una persona piena di idee, di energia, di voglia di discutere al fine di realizzare una migliore convivenza civile.
Parteciperanno ai dibattiti Giandomenico Pisapia, Giovanni Conso, Cesare Musatti, Enrico De Nicola, Lelio Basso, Ugo La Malfa, Bresciani Turroni, Zanotti Bianco, Riccardo Lombardi, Sebregondi, Rosenstein-Rodan, Nino Andreatta, Pasinetti, Gino Martinoli, Myrdal, il giovane Zygmunt Bauman, Giovanni Spadolini. Insomma, è corretto definire Adolfo Beria di Argentine un "imprenditore delle scienze sociali", che contribuisce a svecchiare la cultura italiana.

Oggi, dopo 68 anni, il Centro è ancora attivissimo. Lo scorso 4 novembre ha organizzato una giornata di dibattito dal titolo "Sistemi di protezione sociale e universalità dei diritti nei sistemi di welfare". Tema quanto mai attuale. La qualità dei relatori - David Garland, Tito Boeri, Guido Calabresi, Adolfo Ceretti, Tiziano Treu - conferma l'alta qualità degli incontri del CNDPS. Partecipate, cari lettori, perchè ne vale la pena.

Dopo una breve esperienza a Busto Arsizio, nel 1948 Beria diventa giudice istruttore presso il Tribunale di Milano. Liberal-riformista, con idee fortemente innovatrici, Beria si scontra con i giudici della Cassazione che contestano l'impegno di Beria per carriere meno basate sull'anzianità e più sul merito. Giusto ricordare che nel 1968 tutti i 524 giudici di Cassazione erano entrati in servizio in epoca fascista, prima del 1944. Naturalmente Beria si scontrò anche con i giudici piduisti (come Carmelo Spagnuolo, che firmò l'affidavit a favore di Michele Sindona), o con giudici molto vicini alla politica (nel manuale Cencelli, il procuratore capo di Roma valeva due ministeri), come Giovanni di Matteo (che poi verrà trasferito, dopo averne combinate parecchie). Erano lotte di potere terribili. Da una parte un uomo di potere come Beria per cui il potere non è mai un fine, bensì un mezzo per realizzare fini condivisi da una parte notevole dei giudici. Dall'altra magistrati vicinissimi al potere, anche corrotti, dove l'obiettivo è servire il potere per avere ancora più potere. Il caso Baffi-Sarcinelli è emblematico.
Giuseppe Pignatone
Se mi è permessa una digressione, noto come sono cambiate le cose al "porto delle nebbie" della procura di Roma, quando è arrivato Giuseppe Pignatone, magistrato di grande qualità, che sta valorizzando altri procuratori di grande talento come Paolo Ielo.

Nel 1968 Beria di Argentine viene eletto al Consiglio Superiore della Magistratura. Nell'estate 1969 è sua l'iniziativa per la costituzione dell'Ufficio Studi e documentazione del Csm, tra i cui compiti rientrava la redazione di una relazione annuale sullo stato della giustizia, da presentarsi al Parlamento, che prima di allora non aveva alcun documento conoscitivo sulla macchina della giustizia. Beria introdusse il tema dell'efficienza della giustizia, ma le forze conservative ebbero la meglio. Beria era convinto che le istituzioni dovessero rendere al cittadino un servizio doveroso, all'altezza delle aspettative. I principi del diritto restano lettera morta se poi manca l'aspetto organizzativo.
Una società calda, secondo Beria, richiede istituzioni fredde, ancorate unicamente alla legge. Purtroppo la procura di Milano, dopo la strage di Piazza Fontana del dicembre 1969, fu spossessata dell'inchiesta. Il procuratore di Milano Enrico De Peppo, solerte agli ordini di Roma, trasmise gli atti a Roma, dove nell'Ufficio Affari riservati del ministero dell'Interno veniva "cucinata" la pista anarchica (e a Milano arrestato Valpreda, che non c'entrava un bel nulla). Intanto i responsabili della strage, appartenenti alla destra eversiva (Giorgio Freda e Giovanni Ventura), venivano protetti dai servizi segreti. Il processo venne trasferito a Catanzaro (comodo, eh, per i testimoni!). Beria cercò di contrastare l'avocazione in Cassazione, ma la ragione del provvedimento era squisitamente politica. Milano dipinta come turbolenta e faziosa sconcertò amaramente Beria. Addirittura il giudice Guido Galli, ammazzato poi nel marzo 1980 da un commando di Prima Linea (tra cui Marco Donat Cattin, figlio del ministro del Lavoro di allora), subì un procedimento disciplinare poichè la sezione Milanese dell'Associazione Nazionale Magistrati (di cui poi Beria diventerà presidente dal 1980 al 1987) stigmatizzò la decisione della Cassazione.

Tra il 1973 e il 1975 Beria - convinto che di debba essere nei luoghi dove si può fare - fu capo di gabinetto al ministero di Grazia e Giustizia, dove creò gruppi di studio e conquistò la fiducia di tutti coloro con cui venne in contatto.
Alla fine degli anni Settanta Beria costituì presso il CNPDS un gruppo di lavoro su "Violenza armata e terrorismo come mezzi di lotta politica", coordinato dai magistrati milanesi Emilio Alessandrini (poi assassinato da Prima Linea nel gennaio 1979) e Guido Galli. Così come furono ammazzati dale BR altri magistrati presenti nel gruppo come Girolamo Tartaglione e Girolamo Minervini. Beria, come un antropologo, voleva capire, andare in profondità: costituì una banca dati, non si accontentò di analisi superficiali.
 Il gruppo di studio si allargò con la presenza dei sociologi Martinotti e Alberoni, di Giancarlo Caselli, Gerardo D'Ambrosio e Guido Viola.
Il 23 giugno 1980 a Roma viene ucciso (killer fu Pierluigi Concutelli) il giudice Mario Amato, che indagava sul terrorismo nero, su Ordine Nuovo, sui Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR), di cui faceva parte Alessandro Alibrandi, figlio del magistrato romano Antonio Alibrandi, lo stesso che accuserà Baffi e Sarcinelli. Ad Amato, il procuratore Giovanni Di Matteo negò la scorta e lo lasciò in perfetta solitudine accusandolo di essere un pericoloso visionario. Così Beria ricorda l'ultimo incontro con Amato: "Me la porterò sempre dentro quella rabbia di Mario Amato poco prima di essere ucciso dai terroristi neri. E mi è molto difficile perdonare chi, a vario livello, ci ha dato e ci dà cordiali e partecipi assicurazioni senza far sì che esse abbiano un seguito operativo".
Anche Beria, come tutti i riformisti illuminati, era tra i possibili bersagli delle Brigate Rosse (arrestarono alcuni brigatisti prima che potessero ucciderlo), interessate a far fuori gli uomini di mediazione con l'obiettivo di alzare il livello dello scontro e fomentare la rivoluzione.

Sulla necessità che si debbano modificare i sistemi di reclutamento, che i magistrati debbano essere sottoposti ad una prova attitudinale, rimandiamo a un post dove ne abbiamo parlato diffusamente.

Giovanni Falcone
Come sul fronte del terrorismo così sul fronte dell'antimafia, al Centro di prevenzione e difesa sociale transitarono i migliori cervelli italiani: Rocco Chinnici, Giacomo Ciaccio Montalto, Giovanni Falcone, uomini che lo Stato non è stato in grado di proteggere. Beria era fortemente convinto dell'efficacia dei pool, della specializzazione dei giudici, coordinati insieme per mettere a fattor comune le competenze al fine di sconfiggere la criminalità organizzata. Nel marzo 1992 Beria e Falcone si incontrarono a Vienna alla Conferenza Mondiale del riciclaggio. Pochi mesi dopo Falcone viene ammazzano con la moglie e gli uomini della scorta.

Ci si chiede come alcuni uomini possano realizzare tutte queste cose in una sola vita. Sicuramente Beria di Argentine dormiva poco, perchè nel lavoro era di un'efficienza incredibile. La sua produttività era tra le più alte in assoluto.
Alcuni ricordano anche l'intuizione di Beria di considerare in modo combinato il diritto e l'economia. La corruzione non andava, secondo Beria, pensata solo un reato contro la pubblica amministrazione, bensì un delitto contro l'economia, contro lo sviluppo economico, contro la concorrenza e la libertà economica. Ne ha proprio parlato il mese scorso Ignazio Visco alla Giornata Ambrosoli. L'attualità del pensiero di Beria è mirabile: "La corruzione forte e perverse di questo period è dovuta al peso troppo invasive che nella società ha assunto lo Stato: la macchina dello Stato, come i finanziamenti dello Stato, come i permessi e i controlli dello Stato....il potere corrompe ed è corrotto".

Mai domo, Beria di Argentine ha dedicato gli ultimi anni della sua carriera nella magistratura (1978-87) ai minori, in qualità di presidente del Tribunale per i minorenni. Dall'affido all'adozione internazionale, ai diritti dei minori, allo studio delle cause della devianza. Non c'è anfratto del sapere non analizzato in profondità.
Dal 1987 al 1990 Beria chiude la sua vita in magistratura come procuratore generale della Repubblica presso la Corte d'Appello. In uno dei suoi ultimi interventi Beria citò il filosofo francese Mounier, secondo cui "la più grande virtù di un uomo pubblico è quella di non perdere il senso dell'insieme".

Di uomini così ne nascono pochi. Carlo Azeglio Ciampi volle ricordarlo così: "Uomo di profonda cultura e umanità, esempio e guida per generazioni di magistrati, interpret il suo alto e delicate compito come missione di servizio per la Nazione. La figura di Adolfo Beria di Argentine rappresenta per tutti una testimonianza di moralità e dedizione ai valori fondamentali della Giustizia e della Democrazia".

Che la terra ti sia lieve, caro Adolfo Beria di Argentine.

P.S.: per approfondimenti si consiglia M. Franzinelli, P. P. Poggio, Storia di un giudice italiano, Rizzoli, 2004

venerdì 25 novembre 2016

Chi alleva cani da combattimento danneggia se stesso e gli altri

Ogni anno in Italia sono ben 70 mila le aggressioni di cani a danno dell’uomo. Quindi c’è poco da sorprendersi, purtroppo, se a metà agosto due cani di razza dogo argentino hanno attaccato il piccolo Giorgio Crisafulli in località Mascalucia, in provincia di Catania.

La madre Stefania, indagata per omicidio colposo, così racconta: “Avevo il bambino in mano quando uno dei cani, il maschio, l’unico libero in giardino, all’improvviso ha aggredito il piccolo cercando di portarmelo via. L’ho difeso, ho combattuto, ma mi ha trascinata”. I due cani erano lì teoricamente per difendere la famiglia. Quando il veterinario, dott. Macrì, è arrivato alla villa il bimbo era già morto perchè addentato al collo. Il suo racconto è terribile: “Quando siamo arrivati sul posto, i due cani erano eccitati e aggressivi, siringhe di xilazina non sono bastati a calmarli. Gli occhi esaltati, il muso e il pelo bianco insozzati di sangue, schizzi per terra e sui muri; ma soprattutto ci hanno turbato le scarpette del bimbo che nessuno potrà mai più rimettere in ordine”.

Il 30 ottobre scorso un 43enne è stato attaccato con violenza da 4 rottweiler che gli hanno azzannato entrambi gli arti inferiori. I medici sono stati costretti ad amputare.

A Pescara poco tempo fa un bambino di 19 mesi, Ferdinando Di Di Rocco, 19 mesi, è sttao sbranato dal cane - corso il cui nome deriva dal latino cohors, scorta, un molosso da difesa- di famiglia che il padre aveva legato con una catena a un albero vicino a casa.

Fortunamente su 7 milioni cani in Italia, sono una minoranza quelli pericolosi. Ma spesso, in giro per la città, si vedono dei cani aggressivi senza guinzaglio e senza museruola. Come solitamente avviene le norme non vengono rispettate. Peraltro le disposizioni sono poco chiare. Nel 2003 l’allora ministro della Sanità Girolamo Sirchia emanò saggiamente un’ordinanza per la “tutela dell’incolumità pubblica dal rischio di aggressioni di cani potenzialmente pericolosi”. Al contempo venne stilato un elenco di razze canine a rischio aggressività, tra cui american bulldog, dogo argentino, pastore dell’Anatolia, pit bull rottweiler.

Ma nel 2009, il sottosegretario alla Salute Francesca Martini – ahinoi – abolì l’elenco e annunziò un patentino per proprietari che non è stato mai istituito. Alcuni cani sono vere e proprie macchine da guerra. E’ preoccupante non obbligare i proprietari dei cani – in alcuni casi veri e propri invasati – a tutelare l’incolumità delle persone. Quando un bimbo viene azzannato tutti a chiedersi come mai. Agiamo prima, che è meglio. Cosa aspetta il ministro della Beatrice Lorenzin (unico caso al mondo di ministro della Sanità non laureato) ad prendere gli opportuni provvedimenti?