venerdì 23 settembre 2016

Il capolavoro di Carlo Azeglio Ciampi

Il 24 novembre 1996 – giusto 14 anni fa - la delegazione italiana guidata dal Ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi – presenti Mario Draghi per il Tesoro ed Antonio Fazio e Pierluigi Ciocca per Banca d’Italia - vola a Bruxelles dove si terrà l’Ecofin, la riunione dei Ministri economici europei. Ordine del giorno: il rientro della lira nel Sistema Monetario Europeo.

Il giorno precedente la direzione generale del Tesoro emana questo comunicato: “Il Governo italiano ha chiesto l’avvio delle procedure per il rientro della lira negli accordi di cambio previsti dal Sistema Monetario Europeo (SME). La procedura avrà inizio domani con la riunione del Comitato Monetario convocato per le 15.00”.

L’Italia uscì dallo SME nell’autunno 1992, e per rispettare i parametri di Maastricht e far parte dei Paesi dell’Unione Economica e Monetaria partecipanti alla nascita dell’Euro, era necessario e vitale rientrare nell’Exchange Rate Mechanism.

Il punto chiave del rientro nello SME era il tasso di cambio ritenuto corretto dagli altri partner europei. Nella riunione di sabato mattina a Palazzo Chigi, il Presidente del Consiglio Prodi e Ciampi appresero dal Governatore della Banca d’Italia Fazio che la video-consultazione del venerdì aveva prospettato la posizione tedesco-olandese, che sostenevano che il cambio giusto per la lira sarebbe stato 925 per un marco. Prodi e Ciampi dissero che non se ne parlava neppure. Gli industriali italiani fantasticavano tassi di cambio ben superiori a quota 1.000, tipo 1.030/1.040. Il Governo sapeva che l’unica speranza era aggrapparsi alla cifra tonda: quota 1.000.

Per ottenere 1.000, si decise si dare a Draghi e Ciocca il mandato di chiedere 1.010, con la facoltà di scendere a 1.000. Il tasso di cambio sui mercati in quei giorni viaggiava intorno a 985 lire per marco.

Draghi e Ciocca non trovarono l’accordo ma riuscirono ad abbattere il muro delle 950 lire, trovando qualche difficoltà a trattare su quota 970.

La tensione era visibile. Il momento era importante. Si giocava il futuro dell’Italia. Cosi Paolo Peluffo in Carlo Azeglio Ciampi, l’uomo e il Presidente (Rizzoli, 2007): “Ciampi volle partire per tempo, in mattinata. Si viaggiava ancora sul vecchio DC9 che aveva un grande salottino aperto e comodo per la conversazione. Ma di conversazione, quel giorno, ve ne fu davvero poca. Si guardava tabelle, dati sulla bilancia dei pagamenti, in silenzio, scambiandosi mezze frasi, sottovoce”.

Alle 15.00 in punto a Bruxelles inizia l’Ecofin. Dopo i primi convenevoli, Wim Duisemberg – poi primo presidente della BCE - per conto dell’Istituto Monetario Europeo dà la parola a Ciampi, che improvvisa l’arringa meglio riuscita della sua carriera istituzionale, parlando a braccio sulla base di una scaletta.

Questi alcuni stralci del discorso di Ciampi:

1. Sono qui davanti a Voi con emozione, ma anche con orgoglio, per proporre il reingresso dell’Italia nell’accordo di cambio. Personalmente ho vissuto tutta l’esperienza del Sistema Monetario Europeo, dalla sua creazione nel 1979 all’uscita dell’Italia...Le vicende dell’estate-autunno del 1992 furono estremamente gravi per lo SME. Ritengo che in quell’occasione pagammo tutti, ma credo che l’Italia pagò in particolar modo. Questi quattro anni in cui abbiamo continuato a partecipare allo SME, ma non al cuo aspetto centrale – ovvero l’accordo di cambio – sono stati per il mio Paese anni che io chiamo di “sofferto esilio”.

2. Il 1992: il dramma del 1992 ha costituito il turning point per il risanamento dell’economia. Da allora il mio Paese ha fatto importanti progressi verso la stabilità, attraverso il concorso della politica monetaria, dei redditi, del bilancio pubblico. La politica monetaria, che alla fine degli anni Ottanta agli inizi degli anni Novanta aveva fatto dell’accordo di cambio elemento di disciplina, che costringesse a comportamenti delgi operatori italiani verso la stabilità, ha continuato a essere non meno rigorosa, pur non avendo più il vincolo della disciplina del cambio, attraverso una gestione diretta e severa della moneta e del credito.

3. L’Italia che negli anni Settanta e per gran parte degli anni Ottanta aveva visto più volte avvitare la sua economia nella spirale perversa “aumento dei costi salariali/prezzi”, ha abolito ogni indicizzazione e ha adottato una severa politica dei reddito. Congiuntamente è stata iniziata una politica di riequilibrio del bilancio dello Stato.

4. Veniamo ora alla proposta dell’Italia di una parità centrale tra 1000 e circa 1.010 per marco. E’ sempre stata la prassi di impostare la discussione partendo dai valori di mercato. Come è stato ricordato e come è nella tabella di fronte a voi, il tasso di mercato della lira rispetto al marco, nella media degli ultimi sei mesi, è di poco superiore a 1.000. Questo è appunto il tasso al quale l’Italia fa riferimento.

5. Vi invito a considerare un altro aspetto: che per contribuire alla politica di disinflazione, la Banca d’Italia ha adottato una politica monetaria che ha mantenuto e mantiene elevati i tassi a breve. Se esaminate la curva dei tassi di interesse in Italia, essa disegna una “V”, con il tasso più basso del titolo a tre anni e agli estremi dei titoli a tre mesi e di quelli a dicei anni, che hanno di fatto lo stesso livello. Non sono in grado di calcolare quanto questa situazione dei tassi d’interesse sul mercato monetario abbia influenzato e influenzi il livello del tasso di cambio. Quel che sembra indubbio è che il tasso di cambio ha subito e subisce due influenze di segno opposto: 1) è sostenuto da un tasso di interesse elevato; 2) è frenato dagli acquisti di valuta estera fatti dalla Banca d’Italia.

6. E’ interesse dell’Italia di avere una parità che sia equa, sostenibile e duratura.Credo che una parità di 1000 lire per marco sia una cifra appropriata.

7. Con questo animo, con questi sentimenti, con il desiderio di ritornare pienamente a far parte di questa Comunità Europea, che vede nell’accordo di cambio uno dei punti essenziali della politica di convergenza che l’Europa ha seguito in questi anni, Vi prego caldamente di tener conto di queste mie considerazioni e di accogliere integralmente la proposta che l’Italia ha fatto, e cioè non solo di vedere di buon grado il rientro dell’Italia, ma di approvare anche il valore proposto per la parità della lira”.



Peluffo racconta: “Seguì un lungo silenzio. Nessuno osò parlare. Investiti da quel fiune di argomentazioni appassionate. Il sottosegretario irlandese chiese se qualcunno volesse prendere la parola. Tutti tacquero. La seduta fu sospesa”.

Dopo estenuanti trattative durate più di otto ore – compresa la minaccia di Ciampi di tornare a Roma senza accordo e lasciar fluttuare liberamente la lira - si trovò l’accordo in tarda serata (giusto in tempo per comunicare l’accordo prima dell’apertura dei mercati australiani: mezzanotte di Bruxelles equivale alle 9.00 a Sidney) a quota 990 contro marco.

Sempre Peluffo: “Il ritorno a tarda sera fu euforico. Ci si rendeva conto di aver ottenuto un successo strepitoso. Ciampi si attendeva un trionfo anche sulla stampa”. Ma grande fu la delusione perche i giornali presentarono il risultato come una vittoria a metà, perchè gli industriali speravano in qualcosa di meglio" (più alta la parità=maggiore export, ndr). Non si capì che grazie all’accordo, saremmo poi entrati nell’euro fin dalla sua introduzione. E vi pare poco?

Il Financial Times, però, il 26 novembre 1996 fece tornare il sorriso a Carlo Azeglio Ciampi. Lionel Barber – The quest for Emu: Italy home but not dry – descrisse Ciampi come un lottatore ("his craftiness is legendary") senza pari in Europa, l’unico in grado di vincere la resistenza del duro dei duri, Hans Tietmeyer, Presidente della Bundesbank. Barber – tra l’altro - cita un diplomatico italiano: “Ciampi gave the performance of his life. Se qualcuno avesse provato la stessa operazione lo avrebbero buttato giù dalla finestra”.

Peluffo ci racconta che quell’articolo fu una delle soddisfazioni più intense di quegli anni in prima linea. Io l’articolo di Barber – pescato nel mio archivio, qui allegato - lo porto sempre a lezione. Per ricordare agli studenti il capolavoro di Carlo Azeglio Ciampi.

lunedì 19 settembre 2016

Ciao Carlo Azeglio

Ciao Carlo Azeglio.

Quante volte abbiamo parlato di te su questo blog! Dallo spread alla zoppia a come passare un esame. Sempre con il rispetto e grande gratitudine, per averci salvato in constesti terribili. E con quale calma affrontavi problemi complessi. Beniamino Andreatta, quando era agitato, diceva: "Vado da Ciampi, così mi calmo un po'". 
 
Di fronte a Carlo Azeglio Ciampi, una carriera in Banca d'Italia,  presidente del consiglio del governo d'emergenza del 1993 - travolti da Tangentopoli, svalutazione della lira e uscita dallo SME - ministro del Tesoro del governo Prodi che ci portò nell'Euro (meno male, altrimenti saremmo del caos più assoluto), il cordoglio è stato unanime.

Gli unici a criticarlo e addirittura ad accusarlo di tradimento sono stati i leghisti, persone miserabili Intendono in questo modo conquistare le prima pagine dei giornali o proporsi così come forza alternativa di governo?

Per Salvini & C. valgono le parole di Michele Serra scritte per L'amaca di Repubblica: Oltre a "ricevere regolare stipendio dall'odiato Stato italiano...in altri Paesi, anche democratici, sarebbe bastato molto meno per fare dichiarazioni ai giornalisti avendo ai lati due gendarme. Peccato che la pazienza e la liberalità delle istituzioni repubblicane non siano state risarcite dal rispetto nei confronti di chi le serviva proprio in anni in cui la Lega cercava di demolirle".

 
Franca e Carlo Azeglio Ciampi
Dobbiamo ringraziare la moglie di Ciampi, Franca Pilla, per aver convinto Carlo a partecipare al concorso in Banca d'Italia, che ovviamente vinse appena finita la Guerra (1946). Infatti, se non lo sapesse,  Ciampi a quel tempo insegnava italiano e latino al liceo Niccolini di Livorno. Era un ottimo insegnante. La passione per i giovani non è gli mai mancata.

Milena Piperno, futura moglie di Umberto Colombo - scienziato di vaglia, già presidente dell’ENEL e dell’ENEA, ministro dell’Università nel governo Ciampi - fu allieva di Ciampi e si ricorda la qualità del professore mancato: “Ciampi non ci metteva mai soggezione, non alzava mai la voce. Era bello ascoltare le sue lezioni della Divina Commedia. Ma di quell’anno scolastico mi è rimasto impresso il suo parlarci in libertà, di quanto sangue fosse costata la guerra, a tutti i popoli, non solo al nostro che stava uscendo dalla guerra”.
Per chi non lo sapesse, Ciampi non si è laureato in economia, ma in lettere - filologia classica con una tesi su Favorino D'Arelate (retore neosofista del II secolo) - e in giurisprudenza, con una tesi sulla libertà delle minoranze religiosa (pubblicata dal Mulino, su suggerimento del prof. Francesco Margiotta Broglio). In una sua visita all'amata Normale di Pisa - dove studiava "in modo forsennato" - una studentessa gli chiese come si fa a passare dalla filologia classica all'economia. Ciampi rispose con tono affabile (ricorda Salvatore Settis): "E' la stessa cosa. Studiando filologia classica in Normale ho imparato una disciplina intellettuale, il rispetto dei documenti e la ricerca della verità: principi che mi hanno accompaganto alla Banca d'Italia, a Palazzo Chigi, al Quirinale".
 
Ciampi tornava sempre sui classici. Uno dei suoi autori preferiti era Giacomo Leopardi. Il dialogo tra un passeggere e un venditore di almanacchi era spesso citato:
 
Quella vita ch’è una cosa bella,
non è la vita che si conosce,
ma quella che non si conosce;
non la vita passata, ma la futura.

 
Intervistata ieri da Marzio Breda, Franca dice: "Negli ultimi anni Carlo era preoccupato per il futuro dei bisnipoti". Vedere i giovani migliori dover scappare all'estero per avete le giuste opportunità lavorative lo intristiva non poco.

A furia di rimandare di continuo le riforme che la Banca d'Italia nelle Considerazioni finali invitava a portare a termine, siamo giunti allo stallo e alla palude. "Il tempo si è fatto breve", per usare le parole di Ciampi. L'invocazione cara a Donato Menichella 'Sta in noi' non è valsa poiché il "noi" politico è stato infinitamente di bassa qualità. Anni perduti. 

Tra i necrologi per Ciampi mi hanno colpito quello di Roberto Benigni e Nicoletta Brashi che hanno definito Ciampi uomo meraviglioso e quello di Fabrizio Barca, uno dei tanti Ciampi Boys cresciuti alla scuola di Banca d'Italia, "cittadella della competenza" secondo la magistrale definizione di Alfredo Gigliobianco: "Ciampi ci ha insegnato ad ascoltare, dirigere, decidere". Barca si rifà all'atto volitivo, caro a Ciampi. Dopo aver valutato attentamente tutte le alternative, bisogna decidere, cosa che in Italia non si fa. Noi siamo bravissimi a rimandare. A babbo morto (qui un mio approfondimento per il blog de Il Sole 24 Ore). 

Chiudo con un ricordo personale. Nel giugno scorso sono passato a Palazzo Giustiniani - sede degli uffici dei senatori a vita - e ho lasciato in dono al presidente Ciampi il mio volume di Paolo Baffi "Servitore dell'interesse pubblico". Con mia grande sorpresa, pochi giorni dopo Ciampi mi ha fatto recapitare un telegramma. Chi manda più telegrammi, ai tempi della mail e dei social? CA Ciampi.
 
Nel telegramma Ciampi scrive: "Gentile dottor Piccone, un sentito ringraziamento per l'invio del volume da lei curato e per le cortesi espressioni con cui ha volute accompaganarlo. In procinto di lasciare Roma per la consueta pausa estiva, porter con me il libro, al quale dedicherò una meditate lettura, con la mente, e soprattutto, con il cuore. Ancora grazie, e un particolare apprezzamento per questo suo lavoro "baffiano".
Molti cordiali saluti
Carlo Azeglio Ciampi

Ti sia lieve la terra, caro Carlo Azeglio.