lunedì 20 marzo 2017

Jesse F. Klaver (JFK), alla guida dei Verdi, è il vero vincitore delle elezioni olandesi

In quest'epoca contraddistinta dalla modernità liquida così ben descritta da Zygmunt Bauman, le elezioni politiche rischiano spesso di favorire i populisti che fanno leva sulla paura, la vera benzina dei demagoghi di oggi.
Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera invita a non cantare vittoria: "Le ragioni dell'ascesa del populismo sono ancora tutte lì, intatte. Crollo del potere d'acquisto del ceto medio; flussi migratori senza controllo, crisi dell'accoglienza e dell'integrazione".
Nelle elezioni olandesi di settimana scorsa, il Paese in larga maggioranza ha appoggiato i partiti filo-europei, mentre Geert Wilders ha accresciuto i seggi a sua disposizione ma è rimasto in minoranza.
L'attuale premier Mark Rutte dovrà comunque mettercela tutta per formare un nuovo governo. Liberali a parte, nessuna formazione supera il 13%. Il sistema proporzionale puro olandese è fonte di turbamento anche per noi italiani, che andremo a votare nel 2018 con un sistema simile (così pare). Tony Barber sul Financial Times - Voting system means game runs away from player on radical wing - sostiene che il sistema olandese "is designed to minimise the threat of extremism and it worked".

Il partito liberal conservatore guidato da Rutte ha preso 33 seggi (contro i 41 del 2012) su 150. Wilders ha guadagnato 5 seggi arrivando a 20 seggi. Dietro i liberali progressisti di D66 (19 seggi) si è piazzata la Sinistra Verde di Jesse Klaver con 14 seggi.
Jesse Klaver è un giovane immigrato (padre marocchino e madre per metà indonesiana) di 30 anni. Ha preso quasi tanti voti quanti Wilders, ma sostenendo l'opposto: frontiere aperte e società multietnica. Michele Serra su Repubblica ha sintetizzato così, accusando i media: "Hanno sottovalutato Trump (noi no!, ndr), hanno sopravvalutato Wilders, non sapevano niente di Jesse Klaver, trent'anni, araqo-indonesiano, cittadino europeo, vincitore morale delle elezioni in Olanda".

Klaver si fa forte con le iniziali del suo nome: "Non per niente mi chiamo JFK, Jesse Feras Klaver, praticamente come il presidente americano John Fitzgerald Kennedy". Come spesso succede, nelle città i più seri prendono voti. Nei sobborghi, così come negli States, vincono i populisti. La sfida, si gioca nelle campagne. Ad Amsterdam Klaver è stato il più votato.
Il programma dei Groenen Links? " I Paesi Bassi, dice Klaver, sono un paradiso fiscale per le multinazionali. E queste aziende non portano lavoro, mentre noi paghiamo le imposte che ci spettano". Stop al salvataggio dei banchieri (Zonin, ha sentito?), welfare più generoso, energie rinnovabili.

L'Europa ha vinto i quarti di finale; in aprile avremo le semifinali francesi e in autunno la finale tedesca. Sperem.

venerdì 10 marzo 2017

La Camera dei Lord inglese baluardo del pensiero

La notizia che la Camera dei Lord stia in qualche modo facendo riflettere  gli inglesi durante il processo di uscita della Gran Bretagna dall'Unione Europea è aria fresca.
Torna centrale un organo non elettivo creato nel 1341. Come scrive Gianluca Mercuri sul Corriere della Sera, "la Camera dei Lord pone seri paletti all'arbitrio del governo sulle modalità dell'uscita dall'Unione Europea: prima il voto che chiede la salvaguardia dei tre milioni di cittadini europei residenti nel Regno Unito, poi quello che invoca il diritto del Parlamento di pronunciarsi sull'accordo finale tra Roma e Bruxelles". Secondo gli eurofobi, i grillini d'Inghilterra, si tratterebbe di un attentato alla sovranità popolare. Il Guardian, storico giornale di sinistra, sottolinea invece come sia tornata a prevalere la sovranità parlamentare rispetto al dominio incontrollato del primo ministro Theresa May.

A me piace ricordare la Camera dei Lord come Camera dei Pari d'Inghilterra, l'elite di pensiero del Paese, persone nominate per merito tra la classe dirigente del Paese. Uomini liberi.
Dopo l'attacco politico-giudiziario guidato da Michele Sindona, Roberto Calvi e l'Italcasse, coordinato probabilmente dalla P2, con il silente consenso di Giulio Andreotti, il governatore della Banca d'Italia Paolo Baffi - persona di estremo rigore etico e professionale - decise di dimettersi nel settembre 1979 per non coinvolgere la Banca.

Il 10 ottobre 1979 Baffi ricevette una lettera dal segretario del Partito Comunista italiano Enrico Berlinguer, in cui si legge: "Nel momento in cui lascia il "suo incarico desidero rinnovarLe l'apprezzamento del nostro partito e mio personale per il ruolo che Lei ha Saputo svolgere nell'interesse del paese in momenti di grandi difficoltà, in delicate trattative internazionali (ingresso della lira nello SME nel marzo 1979, ndr),  e per il contributo che da Lei è venuto per salvare le ragioni di scambiocon l'estero e la nostra moneta. Con gli auguri alla Sua persona esprimo anche l'auspicio che le Sue alte capacità e competenze e la Sua dirittura trovino nuove possibilità per essere spese al servizio del paese".
Paolo Baffi

A stretto giro di posta, l'11 ottobre, Baffi, amareggiato è dire poco, chiudeva così la sua risposta al leader del PCI: "Circa la mia partecipazione alla vita italiana: gli ultimi tre governatori della Banca d'Inghilterra (Cobbold, Cromer, O'Brien) sono Pari d'Inghilterra; io, dopo 50 anni di lavoro, dei quali 43 alla Banca (24 in funzione di ricerca) a casa porto due incriminazioni. Il miglior contributo che posso dare in queste condizioni è forse quello di riflettere sulle ragioni per cui in questa società le forze del male possono siffattamente prevalere".

Averne di Pari d'Inghilterra anche in Italia, dove alla nostra Camera Alta, al Senato - disgraziatamente salvato dal NO al referendum per fare le cose che fa la Camera (bicameralismo paritario) - ci sono senatori come Antonio Razzi.