lunedì 19 giugno 2017

Ma le Università italiane sono davvero così indietro?


Quacquarelli Symonds, una società britannica che si occupa di servizi per studenti universitari in tutto il mondo, ha pubblicato i QS World University Rankings, ossia la classifica delle migliori università mondiali. In testa c’è l’M.I.T. (Massachusetts Institute of Technology di Boston), seguito da Stanford e da Harvard; quarto il California Institute of Technology, quinta Cambridge, sesta Oxford.

E le italiane? La Bocconi non c’è, perché specialistica.

Il Politecnico di Milano è al 170° posto, l’Alma Mater di Bologna al 188°, la Scuola Superiore S. Anna e la Scuola Normale di Pisa al 192°.
Mah….

Sarebbe ridicolo negare l’esistenza di gravi problemi e forti insufficienze in ordine ai nostri atenei.
Tuttavia, persino americani, inglesi, europei ed asiatici riconoscono che nelle nostre migliori Università la qualità dell’insegnamento è molto elevata ed un laureato del Politecnico di Milano o della Normale di Pisa è in grado battere, in un confronto uno contro uno, qualunque laureato americano, inglese o asiatico.

Certo, è giusto che una classifica generalista tenga conto di tanti fattori, organizzativi, gestionali, ambientali oltre che scientifici. Ma il risultato, deludente, nonostante qualche progresso rispetto agli scorsi anni, deve servirci per porre rimedio alle carenze, senza però ignorare che la qualità delle nostre punte di eccellenza esiste e va preservata.

La domanda da porsi è come la Bocconi ha recuperato posizioni in classifica nell’ambito delle università europee di economia. Ha analizzato con attenzione quali fattori sono presi in considerazione dalle società di valutazione. In ogni area di debolezza si nomina un responsabile che tiene il passo del progetto di miglioramento. Molte università italiane si disinteressano dell’ufficio Placement, che è invece considerato in modo rilevante all’estero. Perché non metterci mano? Per pigrizia, supponenza, o benaltrismo.

Una tendenza interessante che dovremmo portare in Italia è la contaminazione delle discipline. I laurendi in medicina devono studiare economia e chi studia finanza deve studiare Joyce e Proust. Si parla sempre di più di digital humanities, le discipline umanistiche declinate sul web. Una volta studiato Leopardi, allo studente si dà il compito di aprire una pagina su Facebook e di creare contatti, rete di comunità di seguaci, “persi” per il grande poeta di Recanati.

Agar Brugiavini
Tempo fa ero al telefono con Agar Brugiavini, direttrice del Collegio Internazionaledi Ca’ Foscari, la quale mi disse: “Il nostro studente tipo studia economia o filosofia a Ca’ Foscari e, al contempo, effettua nel Collegio (dove risiede) dei percorsi di didattica complementare (in gergo, “Minor”, ossia con un numero di crediti inferiore al corso di laurea) in altre discipline. L’obiettivo è approfondire temi non specifici della propria disciplina. In tal modo lo studente matura molto, apre la propria testa ed è disponibile a mettersi in gioco anche su altre discipline”.

Brugiavini sottolineò un punto molto rilevante, la necessità di conoscenze orizzontali che consentano di affrontare il cambio di tipologia di lavoro durante la propria vita: “L’università deve preparare lo studente a un mondo lavorativo dove il percorso fordista si è esaurito, avremo sempre più ‘carriere interrotte’, caratterizzate da discontinuità”. Un modo per essere pronti è contaminare i saperi e le conoscenze. Ai laureati in lettere, per esempio, durante il percorso magistrale, organizziamo dei laboratori di “Digital humanities”, dove si impara a costruire pagine web, sondaggi su facebook, interviste online”.

Proprio pochi giorni fa alla Stampa Ivo Dionigi, già rettore dell’Università di Bologna, ha detto: “Dobbiamo investire sul sapere orizzontale. Anche Steve Jobs diceva che abbiamo bisogno di ingegneri rinascimentali. Nei saperi tecnologici si deve inserire la storia, in quelli umanistici l’economia. Dobbiamo insegnare ai ragazzi ad essere capaci di imparare”.

Con tutti i laureati in discipline umanistiche e le migliaia di studenti in giurisprudenza (troppi, vedasi le analisi di Nicola Persico), urge spingere le facoltà a contaminare le lezioni con dosi sempre maggiori di scienza e statistica.

P.s: Questo post è scritto a 4 mani con Pippo Amoroso, già presidente dell’Associazione per il Progresso Economico.

martedì 13 giugno 2017

Se inflazione non arriva, Draghi e la BCE proseguiranno nelle politiche monetarie super accomodanti

Si fa un gran parlare di Mario Draghi, governatore della Banca Centrale Europea (BCE), come se decidesse da solo. Non è così. Il Governing Council che si riunisce a Francoforte ogni 15 giorni – l’ultima consiglio giovedì scorso 8 giugno - decide a maggioranza con la partecipazione di tutti i governatori delle singole banche centrali nazionali, i cui Paesi hanno aderito all’Euro. Si tratta ormai di 19 Paesi (l’ultimo è la Lituania che ha aderito il 1° gennaio 2015) su 28 Paesi (il Regno Unito non è ancora uscito in modo definitivo) che fanno parte dell’Unione Europea.

Per superare la crisi economica, in Europa si sono seguite – con colpevole ritardo – le politiche monetarie accomodanti degli Stati Uniti e del Giappone. Le politiche di acquisto di titoli di Stato e corporate da parte della BCE – le cosiddette politiche non convenzionali – sono arrivate tardi. Da qui la differente risposta degli Stati Uniti e dell’Europa alla decelerazione economica seguita al crash di Lehman Brothers del settembre 2008.
I bilanci delle banche centrali si sono allargati a dismisura per consentire il corretto funzionamento del meccanismo di trasmissione di politica monetaria. I tassi a lunga – quelli a cui guardano gli imprenditori per le decisioni di investimento - sono scesi ai minimi storici. In Europa i tassi a breve (determinati dalle banche centrali, e non dal mercato) rimangono negativi. Tutti coloro i quali hanno mutui a tasso variabile (indicizzati all’Euribor) hanno di che festeggiare, visto che ogni mese la rata del mutuo scende per la parte relativa agli oneri sul debito residuo.

Se negli Stati Uniti la Federal Reserve ha iniziato a rialzare gradualmente i tassi di interesse – il prossimo rialzo di 0,25% è previsto per il 14 giugno – la BCE nicchia e aspetta. In un recente intervento Mario Draghi ha ribadito che, prima di procedere a dichiarare la fine delle politiche di Quantitative Easing (QE, ossia di acquisto di titoli sul mercato secondario da parte della BCE), è necessario che la ripresa ciclica si rafforzi e non sia a macchia di leopardo. Mentre i tedeschi invocano il tapering – ossia la riduzione degli acquisti, da taper che significa ridurre, sopire, scemare – i Paesi mediterranei invocano la continuazione delle politiche accomodanti.
Alla conferenza stampa dell’8 giugno Draghi ha evidenziato come le attese di una rialzo dell’inflazione sono ancora miti (i salari non salgono!). L’inflazione non c’è, ed è sotto l’obiettivo della BCE pari all’1,9%. Draghi ha quindi invitato i “falchi” (coloro che spingono per la fine delle politiche ultraespansive) a pazientare, sottolineando che gli indicatori economici non indicano ancora una ripresa nella UE corale, ampia e irreversibile.

Ogni mese la BCE acquista 60 miliardi di titoli, ridotti rispetto alla prima fase che ne prevedeva 80 al mese. Le attese sono forti per una riduzione degli acquisti negli ultimi tre mesi del 2017 per poi portare gli acquisti a zero entro la fine del 2018.
I giornali italiani soffiano sul fuoco e sono ripartiti a parlare insistentemente dello spread BTP-BUND, ossia della differenza di rendimento tra il titolo a 10 anni italiano e quello tedesco. Lo spread è sempre stato sfavorevole, nel senso che gli investitori hanno sempre chiesto un premio al rischio per detenere attività emesse dal Tesoro italiano. Non tutti ricordano che nel dicembre 1998 – quando il Ministro del Tesoro era Carlo Azeglio Ciampi – lo spread BTP divenne per un giorno negativo. Ah, quanto ci manca la saggezza di Ciampi, che viaggiava sempre con lo spread aggiornato nel taschino della giacca! La credibilità conta. Eccome. Più siamo credibili come Paese, meno paghiamo il costo del debito.

E’ sommamente inutile prendersela con gli investitori internazionali, definiti la “maleficaspeculazione”. Gli investitori fanno il loro mestiere. Prezzano il rischio. Fino a che la spesa corrente crescerà senza fine – a dispetto dei dimissionari commissari alla spending review – noi saremmo costretti a emettere debito. Ogni anno il Tesoro organizza aste per oltre 300 miliardi di euro. Cari sovranisti, con che faccia ci lamentiamo dello spread se dobbiamo sempre fare affidamento sui creditori? Solo quando avremo la forza di invertire il trend e conseguire un forte surplus primario, potremo vedere scendere il rapporto debito/pil.
Nelle ultime Considerazioni finali del governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco si legge: “Con un tasso di crescita annuo intorno all’1%, l’inflazione al 2, un saldo primario (ossia al netto degli interessi) in avanzo del 4% del PIL, consentirebbe di ridurre il rapporto tra debito e PIL al di sotto del 100% in circa 10 anni”. Visto che l’avanzo primario è nell’intorno dell’1%, servono 3 punti di PIL, circa 50 miliardi. Gradualmente, ma in modo incisivo, visto che “restano ampi spazi di razionalizzazione nell’allocazione delle risorse pubbliche”.
Notizie rassicuranti vengono intanto dagli Stati Uniti, dove i gestori di capitali sui mercati obbligazionari non credono alla ripresa trumpiana. Infatti l’indicatore principe – il rendimento del Treasury bond decennale – segna il minimo dell’anno nell’intorno del 2,14% (contro il 2,60% di gennaio). Significa che ci sono delle forze strutturali – demografia in primis, oltre alla intollerabile concentrazione del reddito e della ricchezza che porta i billionaire a risparmiare, invece che consumare – che pressano i rendimenti al ribasso. E’ probabile che anche in Europa assisteremo per anni a tassi di interesse sotto la media storica per un lungo periodo di tempo. Per cui anche l’Italia, indebitato cronico, ne beneficierà. Ne approfitteremo o ancora una volta butteremo al vento il risparmio di interessi sul debito in regalie, bonus cultura e amenità varie?

Pubblicato anche su "La voce metropolitana", www.lavocemetropolitana.it 

lunedì 5 giugno 2017

1527 feriti in piazza San Carlo a Torino per vedere la Juventus. Solo in Italia, di Pippo Amoroso

Nel 1992, sull’onda del successo dei due film precedenti, uscì la terza puntata della saga di Alien,  “Alien 3”, sempre con l'affascinante Sigourney Weaver come protagonista.

Uno dei personaggi della pellicola, il vice capo della colonia penale in cui si svolge la vicenda, viene chiamato dagli altri “85”, benchè egli chieda a tutti di non farlo.

Nel successivo svolgimento emerge il perché del nomignolo appioppatogli: qualcuno aveva avuto accesso alla sua scheda personale ed aveva rilevato che il suo quoziente di intelligenza (il ben noto “QI”) era, appunto, 85. 

Per intenderci, lo scienziato che ha scoperto i buchi neri, Stephen Hawking, arriva a 160, Paul Allen, co-fondatore di Microsoft, a 170, l’attore James Woods a 180, il campione di scacchi Kasparov a 190, mentre il 50% delle persone si colloca fra 90 e 110.

La finale di Champions League di calcio di sabato sera ha avuto un risvolto molto particolare a Torino.

Nella piazza San Carlo, dinanzi ad un maxischermo, si erano accalcati trentamila tifosi juventini.

Subito dopo il terzo goal del Real Madrid (che ha sostanzialmente chiuso il match) è accaduto qualcosa in un punto ben preciso della piazza, per cui coloro che erano lì intorno sono scappati in tutte le direzioni, cagionando il panico generale.

Le indagini sono ancora in corso, ma alcuni punti fermi sono già disponibili:

-      Qualche imbecille, considerando ormai perduta la partita, ha gridato qualcosa che ha provocato il fuggi fuggi

-      Ben 1.527 persone hanno riportato ferite, per fortuna non molto gravi, salvo alcuni casi, tra i quali terribile quello del bambino di nemmeno otto anni finito in coma

-      Lo spettacolo della piazza subito dopo la fuga generale fornisce piena prova di gravissime responsabilità.

Contemporaneamente, anche a Madrid i tifosi che non avevano potuto seguire la loro squadra a Cardiff stavano vedendola in TV, ma all’interno dello stadio, seduti, in 80.000, su 8 maxischermi.

Ovviamente, in quelle condizioni, non c’è stato incidente alcuno.

A Torino, nessun controllo è stato operato né all’ingresso né all’interno della piazza sulla vendita di birra ed altre bevande, col risultato che la maggior parte dei feriti presenta tagli ai piedi ed alle gambe cagionati da cocci di bottiglia: sia i negozi con fronte sulla piazza che i venditori ambulanti risulta abbiano venduto migliaia di bevande in contenitori di vetro sia prima che durante la partita.

Inoltre, non esistevano “vie di fuga” né alcun altro dispositivo di sicurezza.

A Napoli si dice che “O’ pesce fiete ‘nt ‘a capa” (Il pesce puzza dalla testa).

Propongo quindi di istituire un “Premio 85” e di assegnarlo
-      Al Prefetto di Torino Renato Saccone
-      Al Questore di Torino Angelo Sanna
-      Al Senatore 5 Stelle Alberto Airola, che ha definito “dati farlocchi” i numeri riportati dai media sui feriti ricoverati negli ospedali
-      Ovviamente ai due cretini che, stando alle riprese televisive, hanno ingenerato il panico gridando chissà che cosa subito dopo il terzo goal del Real Madrid.

Che cosa ne pensate? 

Pippo Amoroso (past president dell'Associazione per il Progresso Economico).

mercoledì 31 maggio 2017

L'ascensore sociale si è bloccato in Italia? Non è detto

Francesco Bruno, ottima penna di Econopoly, settimana scorsa ha concentrato la sua attenzione sulla scuola  come fattore di mobilità sociale.

Bruno coglie nel segno. La scuola è decisiva. E’ il solo strumento per dare una chance – non la certezza, ahinoi – alle nuove generazioni. Sentite cosa scrive Luigi Einaudi nelle Prediche inutili (Einaudi Ed., 1959): “Soltanto insegnanti capaci danno garanzia che i giovani siano, dopo esame rigoroso e imparziale, promossi meritatamente dall’uno all’altro grado della scuola... Sterminati i programmi, troppe le discipline insegante ed alternate ad ore; gli insegnanti affannati a correggere i compiti, a leggere o far leggere testi antologici, non hanno tempo alla conoscenza intima dei giovani”.

Una volta assodato che la preparazione scolastica degli studenti italiani ha una variabilità mostruosa all’interno delle singole regioni – svantaggiando clamorosamente gli studenti del Sud, che vengono apparentemente “aiutati” con bei voti di maturità, che nella vita valgono ben poco – è interessante guardare ad alcuni dati comparati tra Italia e Stati Uniti di recente presentati alla Fondazione Rodolfo Debenedetti.

L'american dream, il "sogno Americano" è agli occhi di tutti sempre funzionante. Negli Stati Uniti puoi farcela anche se parti dal basso. Madonna, Lady Gaga, Steve Jobs (il cui padre naturale era siriano), Sergey Brin co-fondatore di Google ce l'hanno fatta. Ci hanno provato e hanno avuto successo. Vogliamo parlare di Jeff Bezos di Amazon, ormai multimiliardario in dollari?

Eppure le ultime ricerche, che racchiudono un campione maggiore, ci dicono che l'ascensore sociale negli Stati Uniti è in realtà meno efficace che in Italia, per le classi meno agiate.

Sabato scorso, alla conferenza europea della Fondazione Rodolfo Debenedetti, tre economisti - Paolo Acciari del ministero dell'Economia, Alberto Polo della New York University e Giovanni Violante di Princeton University - hanno presentato il loro lavoro - 'And Yet, It Moves': Intergenerational Economic Mobility in Italy - che documenta come la società italiana è meno bloccata di quanto risulti da studi precedenti.

I tre autori hanno abbinato i dati reddituali di un vastissimo campione di italiani, abbinando attraverso i codici fiscali circa 650mila coppie di genitori nati tra il 1942 e il 1963 - e di figli nati tra il 1972 e il 1983.

Come spesso avviene il Sud vive un mondo a parte. Infatti chi nasce nel Mezzogiorno ha molte meno probabilità di migliorare sensibilmente la sua posizine economica di chi è bambino e poi giovane e adulto nel Nord-Est. All'interno del Belpaese il grado di mobilità ha una forte variabilità. A Bergamo, per esempio, quinta nella classifica della mobilità ascendente, la situazione è molto diversa rispetto a Palermo, al centotreesimo posto.

La ricerca risponde anche al quesito se il sistema Italia favorisce il perpetuarsi di situazione favorevoli tra generazioni. Si può dire di sì. Infatti per ogni cento nati da genitori che siano nella prozione più alta della distribuzione del reddito (sopra i 50mila euro annui), "almeno 35 manterranno da adulti la posizione dei genitori".

Se si prendono 100 figli di genitori nella fascia più bassa di reddito - sotto i 15mila euro - solo 10 di loro riusciranno ad arrivare tra chi guadagna oltre 50mila euro.

Dal confronto con gli Stati Uniti emerge come l'Italia offra una maggiore mobilità intergenerazionale per coloro che vengono dal 30% di famiglie con un reddito basso. Se i figli provengono dalla classe media, gli Stati Uniti offrono più chance. Naturalmente, in un sistema economico che cresce, le opportunità sono maggiori per tutti in termini assoluti. Se la crescita stenta o langue, si può parlare con Cechov di “egoismo degli sventurati” che lottano tra di loro per un tozzo di pane.

Luigi Einaudi
E comunque, sempre con Einaudi, la competizione, la concorrenza è un enzima formidabile: “Solo nella lotta, solo in un perenne tentare e sperimentare, solo attraverso a vittorie ed insuccessi, una società, una nazione prospera. Quando la lotta ha fine si ha la morte sociale e gli uomini viventi hanno perduto la ragione medesima del vivere”.

P.S.: Quest articolo è uscito in contemporanea anche su Econopoly, blog del Sole 24 Ore, curato da Alberto Annichiarico.

 

giovedì 18 maggio 2017

L'ondata migratoria e il mercato del lavoro italiano: impariamo da Spontini

Dopo anni in cui i migranti - con la complicità della situazione perenne di instabilità del Medio Oriente, dove il dittatore siriano Assad ha ammazzato (e continua a farlo) numerosi suoi concittadini - arrivano numerosi in Europa e sul territorio italiano (molti dalla Libia  -porto di partenza - divisa in tribù dopo l'assassinio di Gheddafi), alcuni ingenui parlano ancora di "emergenza immigrati". Così come i "mercati emergenti" non esistono più, sono belli che emersi, così è ora di compiere dei ragionamenti strategici sul futuro demografico italiano.

Gli immigrati non vanno lasciati nei centri di accoglienza - spesso di parla di C.a.r.a., che significa Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo" - per mesi senza fare nulla. Vogliamo parlare del Cara di Capo Rizzuto dove ai migranti viene somministrato cibo per maiali? Le persone in arrivo vanno educate e valorizzate. Perchè non impariamo dai tedeschi che organizzano corsi di tedesco ai migliaia di siriani in arrivo? Noi italiani perseguiamo il modello passivo. Diamo da mangiare e stop. Non chiediamo nulla. Così la gente appena buca le reti, scappa e va alla ricerca di un lavoro nel nord Italia o in Europa.
La sociologa Chiara Saraceno su Repubblica ha scritto: "Lo Stato finge di ignorare che concentrare masse di persone tutte insieme, affidandole a "impresari dell'accoglienza" che nulla sanno in che cosa consista, è la via sicura per creare emarginazione, imbroglio, maltrattamenti".

Tempo fa ho raccontato il modello "Riace", paese calabrese (RC), rinato grazie agli immigrati, che il sindaco e la comunità del paese hanno instradato ai lavori manuali. Domenico Lucano, primo cittadino di Riace ha detto: "Abbiamo utilizzato le case abbandonate del centro storico per trasformarle in centri d'accoglienza. Abbiamo fatto assolutamente l’impossibile per i migranti e dato una risposta chiara trasmettendo un messaggio d'umanità: è possibile una dimensione alternativa ai ghetti, alle barriere e ai cancelli". Dei duemila abitanti di Riace, più di 500 non sono nati in Calabria. Arrivano dall'Afghanistan, dal Senegal, dal Mali, hanno rischiato la vita attraversando il Mediterraneo e a Riace hanno trovato una casa.
Qui non ci sono centri d’accoglienza, qui ai migranti diamo una casa vera”, ha detto Lucano. Hanno salvato Riace da povertà e desertificazione. Strade e case svuotate dall’emigrazione sono state ripopolate da una comunità multietnica che ha riportato in vita anche gli antichi mestieri. Hanno riaperto laboratori di ceramica e tessitura, bar, panetterie e persino la scuola elementare.


Dobbiamo accogliere i migranti - un tempo eravamo noi a cercare fortuna nelle "Americhe" -, forniamo loro l’istruzione necessaria e facciamoli lavorare. 
Un esempio in tal senso è fornito da Spontini, storica pizzeria milanese, nata in via Spontini, e ora, grazie alla fattiva abilità e determinazione di Massimo Innocenti - uomo dalle mille energie - intenta ad allargare il proprio raggio di azione, con l'apertura di numerosi punti vendita, sia a Milano che fuori.
Massimo Innocenti
Innocenti, invece di andare ai convegni - come fanno molti imprenditori - e bearsi a parole di meritocrazia - agisce. Parla con i fatti. Che contano di più. E' convinto che spesso gli immigrati abbiamo più voglia di lavorare, siano più motivati. Hanno il "chill in the belly". Nelle pizzerie di Spontini ben 64 dipendenti su 178 (ben il 36%) sono stranieri.
Aver vissuto un'infanzia difficile è un incentivo a riscattarsi. Quante volte vediamo figli viziati, abituati a tutti gli agi? Come ha ragione lo psicanalista Massimo Recalcati quando parla della fine del desiderio. Se ho tutto, cosa posso desiderare? Se i padri dicono solo sì - per quieto vivere - diventiamo una società senza Legge e senza padri, come scrive Eugenio Scalfari.

Alla pizzeria Spontini in piazza cinque Giornate lavora come direttore Aleksander Gjegji, 45 anni. Un fedelissimo. Lavora da Spontini 20 anni. Ha iniziato come cameriere nella prima pizzeria in via Spontini, è diventato responsabile di sala per poi crescere fino a diventare responsabile di negozio nel 2011, quattro anni fa.
Aleksander è arrivato in Italia nel 1999. In Albania era poliziotto, poi è andato in Svizzera per fare un corso di perfezionamento e da lì si è spostato in treno in Italia. Si è licenziato da poliziotto ed è rimasto nel nostro paese. Ha trovato subito lavoro come cameriere a Rimini, dove è rimasto 5 anni. Avendo però parenti che vivono a Milano, veniva spesso in città. Un giorno, passando per Via Spontini, ha visto per caso l’annuncio di ricerca del personale attaccato sul vetro della pizzeria, è entrato. Ha parlato col Sig. Innocenti che gli ha concesso subito un periodo di prova e così è diventato aficionado di Spontini.

Aleksander è molto grato a Spontini, gli ha permesso di realizzarsi. Si è creato una famiglia, ha sposato una ragazza albanese che adesso vive con lui a Milano. Tre figli, perfettamente integrati, che parlano italiano, inglese ed albanese.
I demografi continuano a segnalare la decrescita - mica tanto felice - delle nascite. Siamo rimasti 60 milioni negli ultimi 20 anni solo grazie agli immigrati e al fatto che le donne straniere in età fertile  fanno più figli delle madri italiane. Abbiamo perso la fiducia nel futuro. Non è questione di reddito. Gli immigrati stanno meno bene di noi. Ma vedono prospettive che noi non vediamo più, chiuso nel nostro bozzolo depresso.
Come dice il nuovo presidente appena eletto Emmanuel Macron, dobbiamo tornare a sperare, a uscire dalla paura, ad aver fiducia nel futuro. Sta in noi (Donato Menichella, cit.).
 

venerdì 12 maggio 2017

Attenzione ai CEO Napoleone: vogliono fare tutto da soli e portano le imprese al disastro

Un volume a cura di Mario Minoja - uscito grazie alla collaborazione del Comitato scientifico dell’Istituto per i valori di impresa (ISVI)Il buon governo. Insegnamenti dalle storie di imprese, istituzioni e realtà locali (Egea, 2016) invita a riflettere sulle interazioni tra valori e atteggiamenti e strategie di successo. Come scrive nella presentazione l’imprenditrice (INAZ) Linda Gilli sono decisivi i valori di integrità, innovazione, ricerca e apprendimento continui; gli atteggiamenti di curiosità, resilienza, fiducia nel futuro. Altrimenti non si va da nessuna parte.

Con il solito stile sferzante e documentato, Marco Vitale invita a imparare dalle storie di insuccesso. Troppo spesso di parla di imprese che funzionano. Riprendendo uno studio approfondito (del 2003) di Sydney FilkensteinWhy smart executives fail and what you can learn from their mistakes”- Perchè gli amministratori delegati falliscono e cosa si può imparare dai loro errori -, l’economista d’impresa bresciano sviluppa le sette cattive abitudini dei CEO che provocano grandi disastri aziendali.

Napoleone Bonaparte
Come si riconosce un Chief executive officer di tale fattura?

1.      Vedono loro stessi come dominatori e non reagiscono ai cambiamenti; è il classico errore della hubris, non ci si pone mai la domanda “dove stiamo sbagliando, da dove vengono i nuovi rischi?”. La loro sicurezza, o meglio sicumera, non li porta mai a dubitare della validità delle azioni. Avendo solo certezze, la direzione non prevede correzioni di rotta. I suggerimenti esterni non vengono ascoltati. 

2.      Si identificano in modo completo con l’azienda; non ci sono confini tra i loro interessi personali e quelli dell’organizzazione; è un pensiero frutto della concezione proprietaria. Il “fasso tutto mi” spesso degenera e crea servilismo. Non essendo ascoltati, i collaboratori evitano di utilizzare a dovere il senso critic.

3.      Sembrano avere tutte le risposte, in modo rapido e impulsivo; è pur vero che il mondo oggi viaggia a cinquecento all’ora, ma la strategia non si improvvisa, devono esserci studio e riflessione. La condivisione è necessaria. Carlo Azeglio Ciampi ricorda come l’atto volitivo, il decidere, sia quanto mai importante, visto che non decidere è decidere. Ma prima di scegliere Ciampi riuniva i collaboratori e li invitava ad affrontare il problema e a proprre soluzioni.

4.      Eliminano tutti coloro che possono ostacolare i loro sforzi; è notizia di pochi giorni fa che il CEO di Barclays Bank Jes Staley stava tramando e ostacolando un dipendente whistleblower che ha denunciato i suoi comportamenti scorretti; colui che “soffia nel fischietto” deve essere tutelato, non ostacolato. La governance della società deve prevedere meccanismi operativi tali da proteggere chi denuncia irregolarità aziendali. Se non ci fossero stati i “whistleblower”, gli scandali di Lehman Brothers ed Enron non sarebbero emersi.

5.      Sono dei portavoce instancabili dell’azienda; ma bisogna saper parlare sui fatti, non sulle favole, altrimenti è propaganda becera. La comunicazione non deve essere fine a se stessa. Se c’è incoerenza tra ciò che è e ciò che si comunica, il cliente perde fiducia nei confronti dell’impresa e del suo gruppo dirigente.

6.      Affrontano ostacoli spaventosi come impedimenti passeggeri; a furia di considerare i problemi strutturali come congiunturali, si perde di vista la forza dell’errore, che deve indurre correzioni di rotta.

7.      Riapplicano strategie e tattiche che hanno avuto successo in passato. Ma il mondo cambia in continuazione. Non è detto che la replica sia fruttuosa. Il contesto di riferimento è vitale. Pensiamo alla Coca Cola. Con il movimento guidato dall’ex sindaco di New York Mike Bloomberg contro le bibite gasate, non è più possibile vendere bibite zuccherate come un tempo. E’ necessario rivedere tutta la campagna pubblicitaria, aderendo alle tendenze salutiste imperanti.

Filkenstein osserva con amarezza: “Ancor più clamoroso, ciascuna di queste abitudini rappresenta una qualità che è largamente ammirata nel mondo degli affari odierno: in quanto società non solo tolleriamo le qualità che rendono i leader clamorosamente fallimentari, le incoraggiamo”.

Se non si ricorda - come fa Vitale - che il management è una disciplina antica, si compie un’involuzione verso un tecnicismo esasperato e poverissimo di contenuti. Si ha paura di schierarsi, di increspare troppo le acque. Nelle parole vivide di un alto dirigente di una grande banca italiana, si rischia la “mckinseyzzazione” dell’economia imprenditoriale.

Non mitizziamo l’homo oeconomicus. Le imprese sono come le famiglie, si può litigare, non intendersi più. Vitale invita a uscire da una visione astratta e ingenua dell’impresa come luogo di perfetta razionalità: “Le imprese sono organizzazioni sociali con tutte le debolezze, le incertezze, gli egoismi e le infamità delle società umane, dove degli uomini normali, nel bene e nel male, cercano, spesso non riuscendovi, di trovare un punto di equilibrio tra gli obiettivi sociali e la, spesso sfrenata, avidità di chi li guida”. Se faremo così, i fallimenti aziendali ci appariranno meno sorprendenti.

venerdì 5 maggio 2017

Cronaca di una giornata (bellissima) a Bologna con Marino Golinelli, formidabile imprenditore e filantropo

Da qualche tempo i media privilegiano le cattive notizie a scapito di quelle buone; fanno più audience, dicono. Il guaio è che, così facendo,  trasmettono messaggi negativi che influenzano i nostri giudizi. 
Per esempio, l’Italia è oggi percepita come lo scempio urbanistico nella Valle dei Templi di Agrigento, il disastro ambientale ed umano nella Terra dei Fuochi ed a  Scampia del napoletano, le buche, il caos, il degrado urbano intorno al Colosseo a Roma, la criminalità organizzata infiltrata in profondità nell’hinterland milanese.
Tutto vero, non c’è dubbio. Ma è solo questo l’Italia? No, assolutamente.

Per esempio, c’è Bologna.
Meno di quattrocentomila abitanti, un milione nell’area metropolitana, era attiva già nel nono secolo avanti Cristo.

Bologna
Nel 1088 gli studenti, organizzati in libere e laiche associazioni, diedero vita alla prima Università del mondo occidentale, lo “Studium”. I docenti se li sceglievano loro , raccogliendo i soldi - “collectio” - per pagarli. E i capi delle organizzazioni studentesche si chiamavano “rectores”. La prima specializzazione fu il diritto.
A metà del quattordicesimo secolo la competizione per l’ingaggio dei docenti era così vivace che venne coniato il detto “nullus bonus jurista nisi sit bartolista”, per sostenere la scelta di Bartolo di Sassoferrato, grandissimo esperto di diritto ed autore di innumerevoli testi giunti fino a noi.

Bologna era già allora culla di civiltà e di progresso. Nel 1257 il podestà  abolì la schiavitù (primo luogo conosciuto al mondo). Oggi Bologna è una città in cui  non solo si lavora, ma anche ci si diverte, con una imprenditoria diffusa ed una caratteristica particolare: proliferano le famiglie che tramandano nel tempo le loro iniziative, riuscendo a mantenere un equilibrio fra vecchie e nuove generazioni e conseguendo grandi successi nella sempre più difficile competizione nazionale e globale.
Maccaferri, Seragnoli, Vacchi (in ordine rigorosamente alfabetico) sono nomi ormai noti in tutto il paese. Ma la perla, secondo me, è Golinelli. 

Marino Golinelli
Nato vicino a Modena nel 1920 - come Carlo Azeglio Ciampi -, Marino Golinelli si è laureato in farmacia all'Università di Bologna a 23 anni. Nel gennaio 1948, neanche trentenne, rileva un piccolo laboratorio (che chiama “Biochimici Alfa”) con un solo dipendente e cominciava a produrre uno sciroppo.
Nel tempo la Alfa ha assorbito la Wassermann, la Schiapparelli, la Sigma Tau.
Tra i suoi farmaci più importanti il Vessel contro le trombosi e il Normix, celebre antibiotico.

Oggi il gruppo Alfa Sigma è presente in 18 paesi e impiega 2.800 dipendenti, di cui 1800 in Italia, dove conta 5 sedi operative. Il fatturato è superiore al miliardo di euro.
“Non ho la barca, né l’aereo privato” dice Marino Golinelli, che sottolinea vis a vis quanto sia stato importante per lui un volume di Niels Bohr - matematico, fisico, filosofo della scienza- letto a 17 anni. Così come l'incontro con Rita Levi Montalcini nel 1980. La scienza prima di tutto.
Golinelli, cavaliere del lavoro, è fissato con i perchè. Anche ai bambini delle scuole elementari che frequentano l'Opificio, chiede cosa gli è piaciuto. Mi racconta con il sorriso negli occhi: "Una volta un bimbo di sei anni mi ha detto di essere stato affascinato dai neuroni. Che soddisfazione".

A me è tornato in mente, visto che a Bologna c'è la sede della Zanichelli, di una vivace discussione tra Federigo Enriques (padre di Giovanni Enriques, che rivitalizzò la Zanichelli) e Benedetto Croce. Quest'ultimo accusò Enriques (insigne matematico) di invadenza di campo e incompetenza. Giovanni Enriques spiega bene cosa sottaceva: "Fu un episodio di incontro-scontro di due culture: tra un sistema filosofico che tenda a dare una posizione predominate alla scienza e un altro che assegna a questa un ruolo subordinato quasi assimilando la scienza stessa alla tecnica". Golinelli avrebbe parteggiato con forza per Enriques.

Se a cena un commensale cita Dante e Leopardi, è una persona colta, se cita i capital ratios stabiliti dal Comitato di Basilea presso la Banca dei Regolamenti Internazionali è un tecnico. Crediamo proprio che il ritardo che l'Italia abbia accumulato negli ultimi 30 anni sia in gran parte dovuto alla mancanza strutturale di cultura scientifica. Sforniamo giuristi e all'Università di Pavia i laureati in matematica si contano sulle dita di una mano. Francesco Giavazzi ha scritto: "All'università di Bari, su 9 mila iscritti, solo in 50 hanno scelto matematica, 62 chimica e 2 mila giurisprudenza. Al Politecnico di Milano i più si iscrivono al corso di ingegneria gestionale, vogliono tutti diventare manager: progettare il disco di un freno, anche se per le Ferrari, è considerata un'attività passé" .

Avendo un desiderio di futuro superiore a chiunque altro, Golinelli nel 1988 ha dato vita alla fondazione che porta il suo nome “affinchè i bambini e i giovani possano crescere con un bagaglio culturale adatto a farne i futuri cittadini del domani, attraverso attività di laboratorio e di divulgazione della cultura scientifica”. La Fondazione Golinelli è l'unico esempio di fondazione privata ispirato al modello delle grandi fondazioni filantropiche americane: concretezza, pragmatismo, visione e capacità progettuale la rendono un caso di best practice a livello internazionale.

Socio dell'Associazione per il Progresso Economico (APE) da molti decenni, Marino Golinelli ci ha invitati a visitare la sede che ha realizzato investendo 12 milioni di euro in un grande progetto di riqualificazione urbana.

Opificio Golinelli
Pippo Amoroso - past president dell'APE - ed il sottoscritto siamo quindi andati all'Opificio Golinelli, "cittadella della conoscenza e la cultura di Bologna" - che non a caso richiama la capacità di fare, di lavorare -, ricavato una ex area industriale ristrutturata mantenendone le linee architettoniche originali.
Nei circa 9.000 mq, che accolgono 150.000 persone all’anno, si tengono sei diverse attività:

-           La “Scuola delle idee “, spazio ludico per bambini dai 18 mesi ai 13 anni, per stimolarne la creatività con un approccio interdisciplinare.
-           Le “Scienze in pratica”, laboratorio per i ragazzi fra i 14 ed i 19 anni inteso a promuovere la passione per la scienza e la tecnologia, con possibilità di sperimentare. Io e Pippo abbiamo visto con gioia circa 30 ragazzi, seguiti dagli insegnanti, analizzare i solfiti.

-           Il “Giardino delle Imprese”, scuola informale di educazione alla cultura imprenditoriale per giovani fra i 13 ed i 25 anni, dotata di acceleratori.
-           La “Scienza in piazza”, che organizza manifestazioni nelle strade e negli spazi urbani per la diffusione della cultura scientifica.

-           “Educare a educare”, programma pluriennale nazionale di formazione degli insegnanti di tutte le scuole. Ah, quanto è importante la pedagogia, come si insegna! Già che si siamo, esclamo io al direttore generale, bisognerebbe insegnare Educazione finanziaria. Vaste programme.
-           “Arte, scienza e conoscenza”, mostre, convegni e dibattiti sulle connessioni fra arti e scienze.

Naturalmente, Marino Golinelli non fa tutto questo da solo. La moglie Paola gli è sempre accanto, con la sua originale acconciatura dai colori vivaci, eppure gradevoli, la sua positività, la sua gioia di vivere. Andrea Zanotti presiede la Fondazione, Filippo Cavazzuti ne è vice presidente, Antonio Danieli direttore generale.

Con una sessantina di persone entusiaste e motivate che ci lavorano ogni giorno Golinelli ha messo in piedi “un’impresa sociale il cui prodotto, il cui dividendo e il cui profitto finale sono l’educazione, la formazione la cultura e la crescita della società”.
Golinelli ha messo ulteriori risorse a disposizione della Fondazione per il progetto Opus 2065, con il quale intende rafforzare la missione etica della Fondazione, puntando alla formazione di giovani e insegnanti, a un centro di ricerca sui campi futuribili del sapere (compresi i Big Data), e a un fondo per il supporto di nuove attività imprenditoriali. È attivo un bando per il prossimo dottorato in data science and computational, che si terrà l'anno prossimo presso l'Opificio, in collaborazione con l'Università di Bologna e il Politecnico di Milano.
Marino Golinelli
Grande collezionista di arte contemporanea, Golinelli dice che “quando pensiamo abbiamo un’attività cerebrale che, penso, somigli ad un arabesco straordinario: Mi piacerebbe vederlo disegnato. Chissà”
In realtà ha fatto di più: quell’arabesco straordinario lui lo ha realizzato e lo dona tutti i giorni ai ragazzi, al nostro futuro, all’Italia bella.

P.S.: questo articolo è a quattro mani, l'ho scritto insieme a Pippo Amoroso, avvocato gentiluomo, con cui ho condiviso una giornata difficile da dimenticare.

sabato 29 aprile 2017

Macron, Saint-Exupéry e le forze in cammino. L'esercito comune per gli Stati Uniti d'Europa

Emmanuelle Macron
Al recente primo turno delle elezioni presidenziali francesi, la paura di una vittoria della destra xenofoba guidata da Marine Le Pen è stata esorcizzata dal successo di Emmanuel Macron, 39enne, astro nascente della politica europea. Dopo aver frequentato l'ENA, École National di Administration, scuola superiore dell'élite francese, Macron diventa banchiere d'affari a Rothschild. A 29 anni si iscrive al partito socialista, a 34 diventa consigliere del presidente Francois Hollande. Pupillo di Jacques Attali, dal 2014 al 2016 è ministro dell'Economia nel governo Valls II.
Nell'agosto 2016 si dimette per candidarsi alle presidenziali. Rifiuta le primarie (oh, yes), giudicate di scarso valore: spesso chi vince le primarie, perde le elezioni perché chi va a votare in via preliminare è poco rappresentativo oppure è molto più estremista del cittadino medio elettore.
"E' un computer", afferma Caterina Avanza, 36 anni, l'italiana di punta nello staff di Macron. E' cocciuto, determinato, esigente. Anche in amore, essendosi innamorato della sua professoressa, Brigitte Trogneux, che ha poi sposato molti anni dopo.

Macron ha ricordato in campagna elettorale di aver visitato da ragazzo, guidato dal padre, i cimiteri di guerra nei pressi di Amiens - zona di guerra franco-tedesca nella prima guerra mondiale. "Il nazionalismo è guerra", ha scandito Macron, riprendendo uno straordinario intervento di Francois Mitterand al Parlamento europeo a Strasburgo nel gennaio 1995.

Non è un caso che Macron abbia chiuso l'ultimo discorso della campagna elettorale con un passaggio tratto dai "Miserabili" di Victor Hugo: "Tentare, osare, insistere, perseverare, essere fedeli a se stessi, affrontare il destino corpo a corpo, tener duro, tener testa; ecco l'esempio di cui i popoli hanno bisogno, ecco la luce che li elettrizza".

Mi ha personalmente colpito che Macron abbia chiamato il suo movimento centrista "En marche!", che potremmo tradurre "In cammino", e mi ha fatto tornare in mente un passaggio di "Volo di notte" di Saint-Exupéry. In un passaggio chiave del libro (ambientato in Sud America negli anni '30, quando i piloti degli aerei postali viaggiavano a vista in modo eroico) – quando il pilota Fabien rischia l’osso del collo nel mezzo di un uragano che spinge fuori rotta l’aereo – il collaboratore di Riviére, responsabile dell’intera rete aerea, si sente rispondere: “Vede Robineau, nella vita non ci sono soluzioni. Ci sono forze in cammino: bisogna crearle, e le soluzioni vengono dopo”.
Macron non ha soluzioni pre-confezionate per la crisi europea, ma ha messo "in cammino" le forze necessarie per un'evoluzione positiva. Ha infatti dichiarato - vedremo poi se sarà coerente una volta eletto - di voler spingere per la creazione di una difesa comune europea. Fu la Francia con il generale Charles De Gaulle a bloccare la neonata Comunità Europea di Difesa (Ced). In questo modo si creerebbero le condizioni per un aumento degli investimenti pubblici, spiazzati dalla crescente spesa corrente.
Quante volte Carlo Azeglio Ciampi ha parlato di zoppia: "Alla moneta unica, cioè a un fatto squisitamente europeo, non si è accompagnato un coordinamento della politica economica europea. Si è fatto l’eurogruppo, il gruppo dei paesi dell’Unione europea membri dell’Unione monetaria, e aventi tutti come moneta l’euro. Ma l’eurogruppo non si è mai istituzionalizzato in maniera piena; l’eurogruppo non ha assunto poteri maggiori. All’interno dell’Ecofin, l’eurogruppo funziona come un organo di consultazione; ma, ripeto, non ha mai avuto poteri decisionali, a cui debbano adeguarsi tutti i paesi dell’euro. Io penso che se fossero rimasti in carica per qualche anno in più alcuni ministri che hanno vissuto la creazione dell’euro, avremmo compiuto questo passo necessario, indispensabile: far corrispondere ad una Banca Centrale Europea un unico governo coordinato dell’economia europea, con alcuni poteri sovranazionali”.
Nella nota introduttiva al volume di Pecchi, Piga, Truppo "Difendere l'Europa" (edito dalla Vitale & Co.) Guido R. Vitale scrive quali siano le ragioni di una vera difesa europea: "l'enorme valore simbolico di avere un esercito europeo e la sua relativa industria, la sua portata straordinaria in termini economici e occupazionali e l'impatto decisivo che ne conseguirebbe in termini di sviluppo e occupazione".
Per avere gli Stati Uniti d'Europa bisogna partire con l'esercito europeo. Speriamo che Macron - da presidente della Francia - segua Saint-Exupéry e liberi le "forze in cammino".

sabato 22 aprile 2017

Uguaglianza ed egualitarismo, dove stiamo andando? Verso il magico mondo dei privilegi acquisiti

Qualche settimana fa il past president dell'Associazione per il Progresso Economico (APE) Pippo Amoroso ha scritto alcune riflessioni sull'uguaglianza. Le riporto integralmente perché meritano:
"Tutti noi siamo cresciuti con alcuni punti fermi di carattere politico/culturale. Fra questi, il trinomio "libertè, egalitè, fraternitè" della Rivoluzione francese.
Senonchè, gli eventi di questo momento storico stanno mettendo in crisi il concetto stesso di uguaglianza. "Uno vale uno" dicono i pentastellati.
Venti sconosciuti residenti nello stesso luogo indicano sul web il nome di uno di loro (probabilmente un sodale abituale di chissà quali bagordi) e pretendono che il suddetto divenga il candidato sindaco delle prossime elezioni comunali, costringendo Grillo a comportarsi come un classico dittatorello "ancien regime" per evitare guai peggiori.
Secondo una seria ricerca appena pubblicata, nel nostro paese l'analfabetismo di ritorno è così diffuso che l'80% non capisce quello che legge. Ciò tuttavia non impedisce ad una massa sempre crescente di persone di usare i nuovi strumenti del social network per insultare la Presidente della Camera dei deputati e chiunque altro passi loro in mente di aggredire.
Umberto Eco ha acutamente osservato che "la diffusione del web ha sdoganato i cretini", il cui raggio di azione era prima limitato al Bar Sport, dove potevano esprimersi dinanzi ad un bicchiere di vino o un mazzo di carte. Ma, più in generale, occorre avere il coraggio di porci alcune domande scomode. Davvero Don Gino Rigoldi è uguale all'imam che predica la violenza e supporta l'attentatore dell'Isis?
E i Medici senza Frontiere che operano in Siria e a Mosul sono uguali agli sconosciuti che hanno massacrato e ucciso un giovane vicino a Roma? Il Dalai Lama è uguale ad Assad? Papa Francesco è uguale ad Al Baghdadi?
Un signore molto furbo mi ha detto tempo fa che non bisognerebbe mai porsi delle domande troppo imbarazzanti, in modo da vivere meglio. Non è così. Tutte le nostre certezze sono state messe in crisi da quanto sta succedendo nel mondo. Armiamoci di tanta umiltà ed affrontiamo quindi i problemi, nella speranza di arrivare ad una soluzione. Garantire a tutti pari opportunità non può significare fingere che tutti siano uguali".

L'avv. Amoroso ha fatto riflettere altri membri dell'APE. Gianfranco Pisani ha voluto condividere alcune considerazioni:

"Non c’è uguaglianza tra chi è garantito, a tutti i livelli (dal presidente della Corte dei Conti sino all’ultimo bidello) e chi no, dall’imprenditore alle partite iva che nascondono la disoccupazione.
L’aumento delle retribuzioni nel pubblico impiego negli ultimi anni, a prescindere dalla produttività, è il sintomo più scandaloso di questo; mentre gli altri – i non garantiti – soffrono dei prezzi sempre più tirati che il mercato offre loro, e dei tempi di pagamento infiniti che i garantiti gli propinano (tanto a loro che je frega? sono pagati dallo stato, c’hanno i diritti!!)

Questa differenza “trasversale” è, e sempre più sarà a mio avviso, la chiave di volta della nuova lotta di classe. Quindi 1 vale 1 va abbattuto, come quando nella sanità puoi i) aspettare mesi il tuo turno, oppure ii) pagare ed essere curato subito, con buona pace dei diritti!

Il punto è che questa posizione scomoda va dichiarata in esplicito PRIMA dei plebisciti, e non dopo, come nel caso Brexit/Raggi/Trump".

Io sono d'accordo con l'amico Pisani. Molti diritti sono privilegi acquisiti, come scrisse l'insigne giurista Arturo Carlo Jemolo nel 1978: “La parola “diritto acquisito” ha un fascino grande, presso i più degl’italiani, che non credono si debba scrutare come quel diritto sia stato acquisito né se abbia un fondamento in norme razionali o piuttosto in abusi”.
Favorire alcune categorie significa avvantaggiare chi sta già bene.