martedì 19 settembre 2017

L'esegesi del pensiero del sindaco di Roma Virginia Raggi #Atac

La settimana scorsa Virginia Raggi in Campidoglio è intervenuta sulla questione Atac, l'azienda dei trasporti romana in stato comatoso, virtualmente fallita. Purtroppo le aziende pubbliche purtroppo non falliscono mai, interviene sempre Pantalone, alias il contribuente, a consentire il salvataggio.
Verrebbe da citare Margaret Thatcher: "Non esiste il denaro pubblico, esistono i soldi dei contribuenti". Ma come soleva dire a lezione in Università Bocconi Marco Vitale trent'anni fa "Il più grande fattore di mutamento culturale è la fine della cassa". Se la cassa non si esaurisce, l'andazzo di assenteismo, ricambi rubati, biglietti venduti in nero, prosegue.
Cito integralmente perchè merita il "Buongiorno" di Stefano Feltri sulla Stampa del 2 settembre scorso:

"Un autista di autobus di Roma, oltre che guidare gli autobus, faceva il traslocatore. Un altro faceva il piastrellista. Un altro ancora lavorava alle pompe funebri. C’è gente che fa turni di tre ore, ha detto andandosene Bruno Rota, penultimo direttore generale di Atac, l’azienda dei trasporti della capitale. Ogni giorno almeno un assunto su dieci rimane a casa, per malattia o permesso. Ad agosto la percentuale sale a uno su cinque. I sindacalisti si sono presi undicimila ore di permesso in più rispetto agli accordi. C’era chi era in permesso sindacale da un anno. Del resto in Atac ci sono undici sigle sindacali. Sono stati appena licenziati quaranta dipendenti entrati col sistema di Parentopoli, ma non vogliono rinunciare alla liquidazione.

Ogni anno, fino a pochi anni fa, venivano venduti biglietti falsi per 70 milioni di euro, con la collaborazione di dirigenti ed edicolanti. Sono state acquistate porte-vetro a 98 e 128 euro quando l’offerta media delle aziende sconfitte era di 6,5 e 13,5 euro. Fra il 2013 e il 2015 sono state bucate 6 mila gomme ma ne sono state sostituite d’urgenza 15 mila. Dove sono finite le 9 mila di troppo? Boh. La metropolitana, per sciopero o guasto, è ferma in media più di un giorno alla settimana. I suoi freni a disco costano 6 mila e 700 euro anche se il prezzo di listino è di mille e 700. Un viaggiatore su tre non paga il biglietto. Ogni giorno un autobus su quattro è fermo perché rotto. Atac ha un debito di 1,3 miliardi di euro. Forse fallirà, forse no, ma una domanda non è ammessa: di chi è la colpa?".

Di fronte a questo marasma organizzativo e societario, una cloaca senza senso (certamente dovuto alle gestioni passate, ma il sindaco pentastellato è stato eletto per cambiare le cose) Virginia Raggi in aula ha detto:
- "privatizzare l'Atac non è la soluzione, cedere l'Atac ai privati sarebbe consegnare il trasporto pubblico a logiche di profitto con la creazione di linea di serie a e serie b...nessuno potrebbe escludere l'aumento del costo dei biglietti per aumentare i ricavi;
- per effetto di politiche sciagurate Atac rischiava il fallimento, noi la salveremo mantenendola in mano pubblica; salveremo un patrimonio che appartiene a tutti i romani, rilanceremo il servizio pubblico; lo strumento per concretizzare questo impegno si chiama concordato preventivo in continuità.
-  Non ci saranno tagli; saranno mantenuti i livelli salariali e occupazionali".

Dopo aver letto queste affermazioni, chiunque capisce che non vi è alcuna volontà di cambiare le cose. Il Movimento 5 Stelle prima ingaggia in pompa magna il manager Bruno Rota - proveniente da Atm -  e poi subito dopo lo costringe a dimettersi perchè contrastato duramente nelle prime opere di "bonifica aziendale".
Attendiamo con ansia in provvedimento governativo "SalvaRoma" o "SalvaAtac", che consentirà per altri lustri la malagestio romana.

Come se ne esce? I radicali - con tenacia - hanno raccolto le firme necessarie (30mila) per il referendum consultivo che ha l'obiettivo di costringere l'amministrazione capitolina ad aprire il mercato dei trasporti alla concorrenza attraverso una gara pubblica (che in teoria l'Europa ci obbliga a fare). Il bene comune non è l'Atac - ricettacolo di consenso - ma il servizio offerto ai cittadini.

giovedì 7 settembre 2017

Tesoretto, parola nefasta, frutto di una cultura da Strapaese

Non appena i conti pubblici accennano un qualche miglioramento, ecco apparire subito i trivellatori della spesa pubblica (Guido Carli, cit.), coloro che intendono scaricare il risanamento sulle future generazioni, che non votano ancora o che devono ancora nascere.
La parola che chiarisce subito le intenzioni dell'interlocutore di turno è "tesoretto". Non appena la doveste sentire, fuggite a gambe levate perché le conseguenze possono essere solo negative.
Secondo il vocabolario Garzanti, Tesoretto indica la somma che la finanza pubblica si trova a disposizione in più di quanto aveva previsto, per aumentato gettito fiscal e in particolare per le riduzioni dell'evasione".
Con il terzo debito pubblico del mondo, parlare di 'tesoretti' non ha assolutamente senso. Prima di festeggiare, occorre ridurre la spesa corrente, poi andare in surplus di bilancio annuale e poi ridurre il mostruoso debito pubblico.

Il sociologo Ilvo Diamanti su Repubblica, "le parole non sono semplici simboli che significano la realtà. Ma contribuiscono, a loro volta, a costruire la realtà sociale. Oppure a modificarne il senso, dunque: la percezione".

Fausto Bertinotti
Uno dei primi a usare la parola "tesoretto" fu il "Parolaio rosso" (Giampaolo pansa, cit.) Fausto Bertinotti, il quale gira con la scorta da ex presidente della Camera, ha una sbalorditiva pensione calcolata con il metoro retributivo e spara un sacco di panzane.
Non ci meravigliamo che I ciellini - alla ricerca di una nuova guida, dopo la fine dell'amore con Roberto Formigoni - lo abbiano applaudito al loro Meeting agostano.

Vi ricordate Guzzanti quando imitava Fausto Bertinotti? Spassosissimo.

martedì 25 luglio 2017

Consigli di lettura per l'estate: da Andreatta ad Annibale Canessa, da Marco Onado a Tito Boeri, da Bini Smaghi a Lirio Abbate. Buone vacanze

E' una tradizione per questo blog dare dei consigli di lettura per l'estate. Non ci tiriamo indietro e anche quest'anno ci permettiamo di proporre alcuni interessanti volumi, non esclusivamente economici.
Partiamo da Giana Petronio Andreatta - psicoanalista, vedova di Beniamino (che bel nome!), detto Nino, Andreatta, grande pensatore e uomo politico di vaglia - che ha scritto E' stata tutta luce (Bompiani, 2017), raccogliendo frammenti di ricordi che partono dal 1957 quando si conobbero all'Università Cattolica di Milano. Per un bel po' di tempo si sono dati del lei! Altri tempi.
Due passaggi interessanti, tra i tanti:
1. "Andreotti scrive diversi biglietti pieni di buone parole; forse crede che io abbia dimenticato come ti (il volume è scritto rivolgendosi al marito, ndr) tenne fuori da ogni incarico, punendoti per il rifiuto di salvare lo Ior (Banca del Vaticano, pesantemente coinvolta nel crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, ndr), e come comunque fosse sempre appartenuto a una corrente con cui tu non avevi niente a che spartire, e che ti aveva avversato in ogni modo".
Come disse Carlo De Benedetti Andreatta subì l’ostracismo della Democrazia Cristiana dopo la sua determinazione nella vicenda del Banco Ambrosiano. “L’establishment italiano è scheletrico e anchilosato, ma cattivo e pauroso. Dare prova di libertà costa carissimo”, ha affermato Carlo De Benedetti (Per Adesso, F. Rampini, Longanesi, 1999). “Come Ministro del Tesoro, dopo il fallimento dell’Ambrosiano fece in Parlamento un memorabile discorso d’accusa contro lo IOR e il Vaticano. Dopo quell’episodio Andreatta fu emarginato dalla vita politica italiana per dieci anni. Solo la sua intelligenza e la sua passione politica lo hanno riportato a galla, dopo Mani Pulite”.
2. "Nino aveva un fiuto particolare per i disonesti, per le persone che agivano scorrettamente o che erano troppo "disinvolte" col denaro e il maneggio della cosa pubblica...Per esempio, fatte le debite differenze, era molto diffidente nei confronti di Michele Sindona e Nino Rovelli".

Marco Onado, professore senior di Economia degli intermediari finanziari all'Università Bocconi, già commissario Consob, ha scritto un libro meraviglioso, a tratti perfino divertente, con mille riferimenti e rimandi anche al mondo del cinema, che piace tanto al prof.
Edito dal Mulino, Alla ricerca della banca perduta è la storia e l'analisi dei salvataggi bancari che si sono susseguiti dopo il fallimento di Lehman Brothers nel settembre 2008. L'Italia, che si vantava di essere immune dal contagio, dopo anni di recessione che avrebbero ammazzato un toro, si è trovata con l'attivo delle banche commerciali piene di crediti incagliati e sofferenze. Spesso i banchieri hanno rimandato l'accantonamento delle perdite attese finendo per annacquare i bilanci. Senza contare i casi di operazioni fraudolente che hanno depauperato il patrimonio di vigilanza, come nel caso di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, le cui crisi sono frutto di un sistema bacato di potere.
Onado si chiede se le nuove regole varate in molti paesi sono in grado di ripristinare gli aspetti virtuosi del nesso tra finanza e sviluppo economico. Ai lettori scoprirlo.

Tito Boeri
Tito Boeri ha tutta la nostra stima. Senza dubbio è stata la migliore nomina di Matteo Renzi da presidente del Consiglio. La determinazione con cui si batte per limitare l'abnorme potere dei sindacati nel marasma dell'elefantiaca struttura barocca dell'INPS ha tutto il nostro plauso.
Gli scontri tra Boeri e il ministro del Lavoro Giuliano Poletti sono un buon esempio della mancanza di cultura statistica nei nostri governanti. Mentre Boeri documenta le proprie affermazioni, Poletti parla con il solo fine di tutelare i sindacati e coloro che sono già in pensione. Ai giovani chi ci pensa? Ha dell'incredibile la risposta di Poletti a Boeri che intendeva limitare i sussidi insiti nel sistema retributivo a favore dei sindacalisti. Ne ha parlato Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera, con un titolo che parla da sè: Il trucco delle pensioni triple. In sostanza oltre 1.400 sindacalisti prendono una pensione senza senso (rispetto ai contributi versati) valorizzando in modo clamoroso gli ultimi anni dei loro distacchi sindacali. La Corte dei Conti ha messo dei paletti ma Poletti li vuole far valere solo per il futuro. Chi paga, intanto? I giovani, che sussidiano i sindacalisti, che stanno al mare quattro mesi in panciolle.
Boeri ha rielaborato, ampliandolo, il testo di una lectio magistralis e ne è uscito un volume di facile lettura, Populismo e stato sociale, (Laterza, 2017). Vi trascrivo un passaggio di pagina 33, che dà l'idea come il nostro welfare state sia fallimentare: "In Italia solo tre euro su cento erogati per prestazioni sociali vanno al 10% più povero della popolazione, mentre spendiamo quasi cinque miliardi di euro in misure assistenziali destinate al 40% della popolazione con redditi più alti"

Lorenzo Bini Smaghi - già membro del comitato esecutivo della Banca centrale europea - ha scritto La tentazione di andarsene. Fuori dall'Europa c'è un futuro per l'Italia? (il Mulino, 2017). La tesi di Bini Smaghi è che i problemi che attanagliano il Belpaese e non gli consentono di crescere come gli altri Paesi europei sono di lunga data, non sono dovuti all'euro. Ne consegue che "la difficoltà di riformare diventa un alibi per accettare l'immobilismo". Oppure che "l'Europa viene così resa responsabile di tutti i problemi, con l'effetto di allontanarei cittadini dal senso di comune appartenenza"
Il volume è suddiviso in agili capitoli che inchiodano l'Italia alle proprie responsabilità ("Sta in noi", Menichella, cit.). Il titolo dei singoli capitoli parla da solo: "Non è colpa del cambio dell'euro" (vedasi post sul capolavoro di Carlo Azeglio Ciampi), "E' la produttività, stupido!", "Non è l'austerità", "Troppi risparmi, pochi investimenti".

Non solo economia, abbiamo detto all'inizio. Allora, coerentemente, segnalo due libri che mi hanno emozionato: La seconda vita di Annibale Canessa (Rizzoli, 2017), di Roberto Perrone (giornalista sportivo, ex Corsera), e La lista (Rizzoli, 2017) di Lirio Abbate, giornalista dell'Espresso.
Nel suo romanzo noir Perrone ci guida nei meandri della corruzione che caratterizza l'Italia, che non esclude il mondo della magistratura. Si parte dagli anni Settanta e si arriva fino ad oggi. Il ritmo è avvolgente. Non si riesce a smettere e in una notte il volume si esaurisce (purtroppo) con molti colpi di scena. Non si svelo nulla a vostro beneficio. Fidatevi.

Lirio Abbate è un giornalista dell'Espresso che va in giro con la scorta perchè più volte minacciato dalla criminalità. La lista. Il ricatto alla Repubblica di Massimo Carminati è il racconto (vero) della rapina del secolo del 1999 a Roma. Un commando di criminali svuota il caveau della banca del Tribunale di Roma di Piazzale Clodio. Alla guida della banda c'è Massimo Carminati, er Cecato, recentemente condannato in primo grado a 20 anni di reclusione, per associazione a delinquere, condizionando l'amministrazione della Capitale, in mano a criminali di prim'ordine.
Carminati, nella sua lunga vita processuale, fu anche accusato di essere l'esecutore materiale il 20 marzo 1979 l'omicidio di Carmine (detto Mino) Pecorelli, giornalista investigativo di OP con ottime fonti. Nell'aprile 1999 la Corte d'Assise di Perugia lo assolve dall'accusa per non aver commesso il fatto.
Antonio Mancini, pentito della Banca della Magliana, disse al processo: "Fu Massimo Carminati a sparare a Mino Pecorelli insieme ad Angiolino il biondo (il Mafioso siculo Michelangelo La Barbera, ndr). Il delitto era servito alla Banda della Magliana per favorire la crescita del gruppo, favorendo entrature negli ambienti giudiziari, finanziari, romani. Quelli che detenevano il potere".
Massimo Carminati
Carminati faceva parte dei NAR, Nuclei Armati Rivoluzionari, organizzazione criminale della destra eversiva, a cui appartenevano anche Giusva Fioravanti (condannato all'ergastolo per la strage di Bologna del 2 agosto 1980) e Alessandro Alibrandi. Quest'ultimo - morto in uno scontro a fuoco con la polizia nel 1981 - era figlio del potente magistrato dell'Ufficio Istruzione della Procura di Roma Antonio Alibrandi, che - con il collega Luciano Infelisi - , fu il protagonista dell'attacco politico-giudiziario alla Banca d'Italia guidata dal quel galantuomo di Paolo Baffi il 24 marzo 1979, a soli quattro giorni dal delitto Pecorelli.
La storia d'Italia la si può capire meglio partendo dalle vicende torbide e occulte. Il ricatto ad avvocati e magistrati romani che è seguito al furto nelle cassette di sicurezza nel 1999 aiuta a fare un po' di chiarezza. Solo alcune cassette di sicurezza vennero aperte. Tra cui quella di Orazio Savia, pm che nel 1997 venne arrestato e condannato per corruzione. Anche Domenico Sica fu rapinato. Sica fu colui che sottrasse a Gherardo Colombo e Giuliano Turone l'indagine sulla P2 della Procura di Milano. Eravamo all'epoca del "porto delle nebbie". Fortunamente oggi alla procura di Roma ci sono Giuseppe Pignatone e Paolo Ielo.

Buona lettura e buone vacanze. Ci rivediamo a settembre.

lunedì 17 luglio 2017

In alto i cuori per Roger Federer, campione cristallino, che conquista il suo ottavo Wimbledon

Nessuno nella storia del tennis professionistico aveva mai vinto otto Wimbledon Championships. Il record lo ha raggiunto lo svizzero Roger Federer, ormai trentacinquenne, che ha battuto in finale con estrema facilità il croato Marin Cilic.
Un dato su tutti: Federer ha vinto Wimbledon senza perdere un set. Gli avversari quest'anno si sono sciolti al sole: Rafa Nadal ha perso una maratona al quinto set 15-13 contro il lussemburghese Gilles Muller, uno dei pochi che gioca ancora serve & volley; Andy Murray ha perso contro Sam Querrey (in precedenza Fognini è stato battuto da Murray in quattro set; con un po' più di determinazione l'italiano lo avrebbe potuto battere); Djokovic si è ritirato per infortunio (ma non c'è con la testa da un po' dopo anni formidabili) contro il ceco Tomas Berdych, l'unico a mettere un po' in difficoltà Sua Federarità (Clerici, cit.) in semifinale.

Lo scrittore Alessandro Baricco ha preso baracca e buratttini ed è andato in pellegrinaggio in Church Road a Londra per ammirare Roger Federer. Ne ha tratto un pezzo mirabile su Repubblica. Cito un passaggio decisivo: "La fondamentale differenza tra Federer e gli altri giocatori di tennis del pianeta è che gli altri giocano a tennis, lui invece fa una cosa che ha più a che vedere col respirare, o col volo degli uccelli migratori, o col rinforzare del vento la mattina. Qualcosa che è scritto già da un sacco di tempo, inevitabile, nell'andare delle cose. Qualcosa di naturale".

La naturalezza, la apparente semplicità del colpo. Anche quando John McEnroe metteva una volee all'incrocio delle righe, dopo che Bjorn Borg piazzava un passante incrociato, sembrava che tutto fosse più che banale. E' proprio dei grandi agire con naturalezza, con leggerezza e semplicità.
Sempre Baricco: "Se guardando gli altri giocatori il piacere è registrare l'abilità incredibile con cui riescono a venire fuori dall'artificiosa situazione di merda cui sono condannati, guardare lui è qualcosa di affine a vedere il leone muoversi nel suo ambiente naturale: sonnecchia, corre, salta, incidentalmente sbrana una gazzella...giocargli contro deve essere allucinante".

Come ha scritto Gianni Clerici, non ci resta che ringraziare Federer per il piacere, le emozioni che ci dà. Di per sè, entrare sul Campo Centrale di Wimbledon è una gioia incredibile. Vedere giocare Federer ancora di più.

P.S.: un plauso alla spagnola Garbine Muguruza, che ha battuto in finale la rediviva Venus Williams, splendida trentasettenne.

martedì 4 luglio 2017

85mila persone per 30 posti in Bankitalia. C'è molto da riflettere su questa situazione fantozziana

La notizia della partecipazione monstre di 85mila persone per 30 posti di vice-assistente in Banca d'Italia si è incrociata con la scomparsa di Paolo Villaggio, straordinario attore, i cui personaggi, da Fracchia a Fantozzi sono entrati nell'immaginario collettivo.

Chi partecipa al concorso in Banca d'Italia vive certamente una situazione fantozziana. Significa avere lo 0,035% di probabilità di farcela. E chissà quando usciranno le graduatorie finali, poichè i sindacati - e te pareva - hanno già minacciato con miopia ricorsi perchè, visto l'alto numero di partecipanti, si richiede la laurea magistrale come titolo preferenziale. Da segnalare che vice-assistente è il livello più basso per il personale assunto in Banca d'Italia. Lo stipendio previsto è di 28mila euro lordi l'anno.

Il mito del posto fisso è duro a morire. Ricordo ancora il racconto di Francesco Giavazzi che spiegava come la paura di fallire in Italia fosse dominante. Da qui il mito del posto fisso, raccontato con ironia prima da Paolo Villaggio e di recente da Checco Zalone.
Così Giavazzi nel volume "Il liberismo è di sinistra" (il Saggiatore, p. 78): “La figlia di un nostro collega stava per sposarsi, ma all’ultimo decise di rompere il fidanzamento. All’inevitabile domanda sulle motivazioni di una scelta tanto drastica rispose che, tra l’altro, il fidanzato non “era mai fallito”. Il povero ex fidanzato era probabilmente un ragazzo che preferiva un posto fisso e non aveva partecipato all’effervescente nascita di nuove iniziative legate a internet, molte delle quali, appunto, sono fallite. La figlia del nostro collega avrebbe serie difficoltà a trovare un “fallito” da sposare in Italia”.

Tornando al concorso in Bankitalia, credo abbia ragione il giurista Pietro Ichino che denuncia un sistema malato: "Questo numero di candidati comporta un costo abnorme per l'ente, che andava evitato con l'adozione di un filtro preliminare più stringente. Si poteva chiedere la buona conoscenza non solo dell'inglese ma di una seconda lingua straniera".
Ichino insiste sulle manchevolezza di sistema: "Alle radici c'è la grave mancanza di un servizio di orientamento scolastico e professionale che fornisca agli adolescenti e ai giovani in cerca di prima occupazione un'informazione qualificata sul tipo di lavoro a cui possono aspirare e sui percorsi necessari per arrivarci. Il dato delle 80mila candidature è figlio di una diffusa ignoranza di come funziona effettivamente il mercato del lavoro".

Nel 2017 c'è ancora gente che si sobbarca viaggi fantozziani alla ricerca di un agognato posto fisso. Ma datevi da fare, studiate come diventare imprenditori, lavorate sulle vostre potenzialità, non chiudetevi in un ufficio pubblico! Il destino ha più fantasia di noi.

venerdì 23 giugno 2017

La condanna a 6 anni di Roberto Formigoni, non solo arrogante, presuntuoso e avido; per i giudici "callido e pervicace"

Uno dei personaggi più squallidi della politica italiana è senz'altro Roberto Formigoni, per vent'anni dominus incontrastato della Regione Lombardia. Ciellino fin da adolescente, il "Celeste" ha utilizzato il pensiero di Don Giussani - a cui verrà intitolata anche la fermata Solari della prossima M4 milanese - a fini strumentali, per arraffare vantaggi patrimoniali, quantificati dai giudici in oltre 6 milioni di euro. Parlare di Gesù ed andare in yacht a spese dei contribuenti è insuperabile.
Senza essere soci della Compagnia della Opere, alias Cdo, la "lobby di Dio", in molte società partecipate della Regione Lombardia non si lavora, ancora oggi. E' deprimente, ma è così.

Formigoni aveva un conto corrente alla Banca Popolare di Sondrio che funzionava solo nella sezione avere. Non aveva uscite, sono entrate. E come faceva a vivere? Boh, Formigoni ai giudici non è riuscito a spiegarlo. Vale la pena citare la testimonianza del ristoratore Claudio Sadler al processo: «Pagava sempre Daccò anche quando Formigoni veniva da solo. Avevamo ricevuto personalmente da Daccò la disposizione che i conti del presidente fossero a suo carico. Formigoni, anche quando veniva senza Daccò, non si preoccupava affatto del conto e, una volta finita la cena, andava via. Ringraziava e andava senza neppure chiedere quale fosse l’importo. Ordinava peraltro con libertà, bevendo solo champagne del quale è particolarmente appassionato».

A Repubblica, che per anni riportava le storie delle sue vacanze, pagate dai suoi sodali Daccò e Simone (che potevano promettere al mondo della sanità privata ingenti rimborsi nelle prestazioni non tariffabili), il senatore - ancora oggi presidente della Commissione Agricoltura (ma cosa ne sa quest'uomo di agricoltura?) - rispondeva che si trattava di "riciclo di immondizia". La settimana scorsa Sebastiano Messina ha scritto con ironia: "L'uomo che non volle mai rispondere alle cinque domande di Repubblica sui regali del faccendiere Daccò è stato condannato per aver abusato del suo potere . Le risposte che lui non volle dare nel 2012 sono arrivate, cinque anni dopo, nella sentenza di un Tribunale. E a quella che lui chiamava "immondizia", i giudici hanno dato un altro nome: corruzione".

Delle oltre 600 pagine della sentenza di primo grado mi hanno colpito due termini ormai desueti. Formigoni ha abusato del suo potere "in modo callido e spregiudicato, per fini smaccatamente di lucro".
La callidità è quell'astuzia che viene allenata dall'esperienza; callido è l'ingegnoso segreto del vecchio liutaio nella scelta del legno per un violino, callido il tono emozionante e divertente con cui parla il professore che in decenni ha forgiato il suo metodo per far passare la materia.
Corrado Augias ricorda come nel passato callido era Ulisse, un campione di astuzia: "La callidità è una furbizia allenata e consolidate dall'esperienza, chi è davvero callido infatti non lo dà tanto a vedere". Viceversa Formigoni con quelle giacche color aragosta si faceva vedere eccome. Chi non ricorda l'imitazione di Crozza?
Formigoni ostentava alla grande fino a essere pacchiano. Sdraiato sui divani all'ultimo piano di Palazzo Lombardia, come un pascià. Tanto l'arredamento lo pagano i contribuenti lombardi. Si può certamente parlare di spudoratezza, di chi si sente protetto e dopo lustra di potere non vede limiti alle sue licenze.
Come si fa a proclamarsi vergine, a essre un devote di Memores Domini e rotolarsi nel lusso delle barche e delle ville in Sardegna? Come scrive Augias "Gesù su quegli yacht non ci avrebbe nemmeno messo piede, men che mai con una giacca color aragosta".
Sempre i magistrati di Milano hanno definito Formigoni "pervicace", che il dizionario Treccani definisce "che non si lascia convincere, che rimane ostinatamente fermo nelle proprie convinzioni, anche errate, o nel proprio atteggiamento e comportamento". L'ostinazionazione cieca, così come le urla al desk Alitalia (ve le ricordate?). Il potere nella sua arroganza massima. 
Aspettiamo il secondo grado e la Cassazione, con calma. Finirà anche la legislatura, così Formigoni non sarà più protetto galle garanzie dei parlamentari.

Tra i tanti che si sono fatti abbindolare da Formigoni c'è qualcuno che vuole fare mea culpa?

lunedì 19 giugno 2017

Ma le Università italiane sono davvero così indietro?


Quacquarelli Symonds, una società britannica che si occupa di servizi per studenti universitari in tutto il mondo, ha pubblicato i QS World University Rankings, ossia la classifica delle migliori università mondiali. In testa c’è l’M.I.T. (Massachusetts Institute of Technology di Boston), seguito da Stanford e da Harvard; quarto il California Institute of Technology, quinta Cambridge, sesta Oxford.

E le italiane? La Bocconi non c’è, perché specialistica.

Il Politecnico di Milano è al 170° posto, l’Alma Mater di Bologna al 188°, la Scuola Superiore S. Anna e la Scuola Normale di Pisa al 192°.
Mah….

Sarebbe ridicolo negare l’esistenza di gravi problemi e forti insufficienze in ordine ai nostri atenei.
Tuttavia, persino americani, inglesi, europei ed asiatici riconoscono che nelle nostre migliori Università la qualità dell’insegnamento è molto elevata ed un laureato del Politecnico di Milano o della Normale di Pisa è in grado battere, in un confronto uno contro uno, qualunque laureato americano, inglese o asiatico.

Certo, è giusto che una classifica generalista tenga conto di tanti fattori, organizzativi, gestionali, ambientali oltre che scientifici. Ma il risultato, deludente, nonostante qualche progresso rispetto agli scorsi anni, deve servirci per porre rimedio alle carenze, senza però ignorare che la qualità delle nostre punte di eccellenza esiste e va preservata.

La domanda da porsi è come la Bocconi ha recuperato posizioni in classifica nell’ambito delle università europee di economia. Ha analizzato con attenzione quali fattori sono presi in considerazione dalle società di valutazione. In ogni area di debolezza si nomina un responsabile che tiene il passo del progetto di miglioramento. Molte università italiane si disinteressano dell’ufficio Placement, che è invece considerato in modo rilevante all’estero. Perché non metterci mano? Per pigrizia, supponenza, o benaltrismo.

Una tendenza interessante che dovremmo portare in Italia è la contaminazione delle discipline. I laurendi in medicina devono studiare economia e chi studia finanza deve studiare Joyce e Proust. Si parla sempre di più di digital humanities, le discipline umanistiche declinate sul web. Una volta studiato Leopardi, allo studente si dà il compito di aprire una pagina su Facebook e di creare contatti, rete di comunità di seguaci, “persi” per il grande poeta di Recanati.

Agar Brugiavini
Tempo fa ero al telefono con Agar Brugiavini, direttrice del Collegio Internazionaledi Ca’ Foscari, la quale mi disse: “Il nostro studente tipo studia economia o filosofia a Ca’ Foscari e, al contempo, effettua nel Collegio (dove risiede) dei percorsi di didattica complementare (in gergo, “Minor”, ossia con un numero di crediti inferiore al corso di laurea) in altre discipline. L’obiettivo è approfondire temi non specifici della propria disciplina. In tal modo lo studente matura molto, apre la propria testa ed è disponibile a mettersi in gioco anche su altre discipline”.

Brugiavini sottolineò un punto molto rilevante, la necessità di conoscenze orizzontali che consentano di affrontare il cambio di tipologia di lavoro durante la propria vita: “L’università deve preparare lo studente a un mondo lavorativo dove il percorso fordista si è esaurito, avremo sempre più ‘carriere interrotte’, caratterizzate da discontinuità”. Un modo per essere pronti è contaminare i saperi e le conoscenze. Ai laureati in lettere, per esempio, durante il percorso magistrale, organizziamo dei laboratori di “Digital humanities”, dove si impara a costruire pagine web, sondaggi su facebook, interviste online”.

Proprio pochi giorni fa alla Stampa Ivo Dionigi, già rettore dell’Università di Bologna, ha detto: “Dobbiamo investire sul sapere orizzontale. Anche Steve Jobs diceva che abbiamo bisogno di ingegneri rinascimentali. Nei saperi tecnologici si deve inserire la storia, in quelli umanistici l’economia. Dobbiamo insegnare ai ragazzi ad essere capaci di imparare”.

Con tutti i laureati in discipline umanistiche e le migliaia di studenti in giurisprudenza (troppi, vedasi le analisi di Nicola Persico), urge spingere le facoltà a contaminare le lezioni con dosi sempre maggiori di scienza e statistica.

P.s: Questo post è scritto a 4 mani con Pippo Amoroso, già presidente dell’Associazione per il Progresso Economico.

martedì 13 giugno 2017

Se inflazione non arriva, Draghi e la BCE proseguiranno nelle politiche monetarie super accomodanti

Si fa un gran parlare di Mario Draghi, governatore della Banca Centrale Europea (BCE), come se decidesse da solo. Non è così. Il Governing Council che si riunisce a Francoforte ogni 15 giorni – l’ultima consiglio giovedì scorso 8 giugno - decide a maggioranza con la partecipazione di tutti i governatori delle singole banche centrali nazionali, i cui Paesi hanno aderito all’Euro. Si tratta ormai di 19 Paesi (l’ultimo è la Lituania che ha aderito il 1° gennaio 2015) su 28 Paesi (il Regno Unito non è ancora uscito in modo definitivo) che fanno parte dell’Unione Europea.

Per superare la crisi economica, in Europa si sono seguite – con colpevole ritardo – le politiche monetarie accomodanti degli Stati Uniti e del Giappone. Le politiche di acquisto di titoli di Stato e corporate da parte della BCE – le cosiddette politiche non convenzionali – sono arrivate tardi. Da qui la differente risposta degli Stati Uniti e dell’Europa alla decelerazione economica seguita al crash di Lehman Brothers del settembre 2008.
I bilanci delle banche centrali si sono allargati a dismisura per consentire il corretto funzionamento del meccanismo di trasmissione di politica monetaria. I tassi a lunga – quelli a cui guardano gli imprenditori per le decisioni di investimento - sono scesi ai minimi storici. In Europa i tassi a breve (determinati dalle banche centrali, e non dal mercato) rimangono negativi. Tutti coloro i quali hanno mutui a tasso variabile (indicizzati all’Euribor) hanno di che festeggiare, visto che ogni mese la rata del mutuo scende per la parte relativa agli oneri sul debito residuo.

Se negli Stati Uniti la Federal Reserve ha iniziato a rialzare gradualmente i tassi di interesse – il prossimo rialzo di 0,25% è previsto per il 14 giugno – la BCE nicchia e aspetta. In un recente intervento Mario Draghi ha ribadito che, prima di procedere a dichiarare la fine delle politiche di Quantitative Easing (QE, ossia di acquisto di titoli sul mercato secondario da parte della BCE), è necessario che la ripresa ciclica si rafforzi e non sia a macchia di leopardo. Mentre i tedeschi invocano il tapering – ossia la riduzione degli acquisti, da taper che significa ridurre, sopire, scemare – i Paesi mediterranei invocano la continuazione delle politiche accomodanti.
Alla conferenza stampa dell’8 giugno Draghi ha evidenziato come le attese di una rialzo dell’inflazione sono ancora miti (i salari non salgono!). L’inflazione non c’è, ed è sotto l’obiettivo della BCE pari all’1,9%. Draghi ha quindi invitato i “falchi” (coloro che spingono per la fine delle politiche ultraespansive) a pazientare, sottolineando che gli indicatori economici non indicano ancora una ripresa nella UE corale, ampia e irreversibile.

Ogni mese la BCE acquista 60 miliardi di titoli, ridotti rispetto alla prima fase che ne prevedeva 80 al mese. Le attese sono forti per una riduzione degli acquisti negli ultimi tre mesi del 2017 per poi portare gli acquisti a zero entro la fine del 2018.
I giornali italiani soffiano sul fuoco e sono ripartiti a parlare insistentemente dello spread BTP-BUND, ossia della differenza di rendimento tra il titolo a 10 anni italiano e quello tedesco. Lo spread è sempre stato sfavorevole, nel senso che gli investitori hanno sempre chiesto un premio al rischio per detenere attività emesse dal Tesoro italiano. Non tutti ricordano che nel dicembre 1998 – quando il Ministro del Tesoro era Carlo Azeglio Ciampi – lo spread BTP divenne per un giorno negativo. Ah, quanto ci manca la saggezza di Ciampi, che viaggiava sempre con lo spread aggiornato nel taschino della giacca! La credibilità conta. Eccome. Più siamo credibili come Paese, meno paghiamo il costo del debito.

E’ sommamente inutile prendersela con gli investitori internazionali, definiti la “maleficaspeculazione”. Gli investitori fanno il loro mestiere. Prezzano il rischio. Fino a che la spesa corrente crescerà senza fine – a dispetto dei dimissionari commissari alla spending review – noi saremmo costretti a emettere debito. Ogni anno il Tesoro organizza aste per oltre 300 miliardi di euro. Cari sovranisti, con che faccia ci lamentiamo dello spread se dobbiamo sempre fare affidamento sui creditori? Solo quando avremo la forza di invertire il trend e conseguire un forte surplus primario, potremo vedere scendere il rapporto debito/pil.
Nelle ultime Considerazioni finali del governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco si legge: “Con un tasso di crescita annuo intorno all’1%, l’inflazione al 2, un saldo primario (ossia al netto degli interessi) in avanzo del 4% del PIL, consentirebbe di ridurre il rapporto tra debito e PIL al di sotto del 100% in circa 10 anni”. Visto che l’avanzo primario è nell’intorno dell’1%, servono 3 punti di PIL, circa 50 miliardi. Gradualmente, ma in modo incisivo, visto che “restano ampi spazi di razionalizzazione nell’allocazione delle risorse pubbliche”.
Notizie rassicuranti vengono intanto dagli Stati Uniti, dove i gestori di capitali sui mercati obbligazionari non credono alla ripresa trumpiana. Infatti l’indicatore principe – il rendimento del Treasury bond decennale – segna il minimo dell’anno nell’intorno del 2,14% (contro il 2,60% di gennaio). Significa che ci sono delle forze strutturali – demografia in primis, oltre alla intollerabile concentrazione del reddito e della ricchezza che porta i billionaire a risparmiare, invece che consumare – che pressano i rendimenti al ribasso. E’ probabile che anche in Europa assisteremo per anni a tassi di interesse sotto la media storica per un lungo periodo di tempo. Per cui anche l’Italia, indebitato cronico, ne beneficierà. Ne approfitteremo o ancora una volta butteremo al vento il risparmio di interessi sul debito in regalie, bonus cultura e amenità varie?

Pubblicato anche su "La voce metropolitana", www.lavocemetropolitana.it 

lunedì 5 giugno 2017

1527 feriti in piazza San Carlo a Torino per vedere la Juventus. Solo in Italia, di Pippo Amoroso

Nel 1992, sull’onda del successo dei due film precedenti, uscì la terza puntata della saga di Alien,  “Alien 3”, sempre con l'affascinante Sigourney Weaver come protagonista.

Uno dei personaggi della pellicola, il vice capo della colonia penale in cui si svolge la vicenda, viene chiamato dagli altri “85”, benchè egli chieda a tutti di non farlo.

Nel successivo svolgimento emerge il perché del nomignolo appioppatogli: qualcuno aveva avuto accesso alla sua scheda personale ed aveva rilevato che il suo quoziente di intelligenza (il ben noto “QI”) era, appunto, 85. 

Per intenderci, lo scienziato che ha scoperto i buchi neri, Stephen Hawking, arriva a 160, Paul Allen, co-fondatore di Microsoft, a 170, l’attore James Woods a 180, il campione di scacchi Kasparov a 190, mentre il 50% delle persone si colloca fra 90 e 110.

La finale di Champions League di calcio di sabato sera ha avuto un risvolto molto particolare a Torino.

Nella piazza San Carlo, dinanzi ad un maxischermo, si erano accalcati trentamila tifosi juventini.

Subito dopo il terzo goal del Real Madrid (che ha sostanzialmente chiuso il match) è accaduto qualcosa in un punto ben preciso della piazza, per cui coloro che erano lì intorno sono scappati in tutte le direzioni, cagionando il panico generale.

Le indagini sono ancora in corso, ma alcuni punti fermi sono già disponibili:

-      Qualche imbecille, considerando ormai perduta la partita, ha gridato qualcosa che ha provocato il fuggi fuggi

-      Ben 1.527 persone hanno riportato ferite, per fortuna non molto gravi, salvo alcuni casi, tra i quali terribile quello del bambino di nemmeno otto anni finito in coma

-      Lo spettacolo della piazza subito dopo la fuga generale fornisce piena prova di gravissime responsabilità.

Contemporaneamente, anche a Madrid i tifosi che non avevano potuto seguire la loro squadra a Cardiff stavano vedendola in TV, ma all’interno dello stadio, seduti, in 80.000, su 8 maxischermi.

Ovviamente, in quelle condizioni, non c’è stato incidente alcuno.

A Torino, nessun controllo è stato operato né all’ingresso né all’interno della piazza sulla vendita di birra ed altre bevande, col risultato che la maggior parte dei feriti presenta tagli ai piedi ed alle gambe cagionati da cocci di bottiglia: sia i negozi con fronte sulla piazza che i venditori ambulanti risulta abbiano venduto migliaia di bevande in contenitori di vetro sia prima che durante la partita.

Inoltre, non esistevano “vie di fuga” né alcun altro dispositivo di sicurezza.

A Napoli si dice che “O’ pesce fiete ‘nt ‘a capa” (Il pesce puzza dalla testa).

Propongo quindi di istituire un “Premio 85” e di assegnarlo
-      Al Prefetto di Torino Renato Saccone
-      Al Questore di Torino Angelo Sanna
-      Al Senatore 5 Stelle Alberto Airola, che ha definito “dati farlocchi” i numeri riportati dai media sui feriti ricoverati negli ospedali
-      Ovviamente ai due cretini che, stando alle riprese televisive, hanno ingenerato il panico gridando chissà che cosa subito dopo il terzo goal del Real Madrid.

Che cosa ne pensate? 

Pippo Amoroso (past president dell'Associazione per il Progresso Economico).

mercoledì 31 maggio 2017

L'ascensore sociale si è bloccato in Italia? Non è detto

Francesco Bruno, ottima penna di Econopoly, settimana scorsa ha concentrato la sua attenzione sulla scuola  come fattore di mobilità sociale.

Bruno coglie nel segno. La scuola è decisiva. E’ il solo strumento per dare una chance – non la certezza, ahinoi – alle nuove generazioni. Sentite cosa scrive Luigi Einaudi nelle Prediche inutili (Einaudi Ed., 1959): “Soltanto insegnanti capaci danno garanzia che i giovani siano, dopo esame rigoroso e imparziale, promossi meritatamente dall’uno all’altro grado della scuola... Sterminati i programmi, troppe le discipline insegante ed alternate ad ore; gli insegnanti affannati a correggere i compiti, a leggere o far leggere testi antologici, non hanno tempo alla conoscenza intima dei giovani”.

Una volta assodato che la preparazione scolastica degli studenti italiani ha una variabilità mostruosa all’interno delle singole regioni – svantaggiando clamorosamente gli studenti del Sud, che vengono apparentemente “aiutati” con bei voti di maturità, che nella vita valgono ben poco – è interessante guardare ad alcuni dati comparati tra Italia e Stati Uniti di recente presentati alla Fondazione Rodolfo Debenedetti.

L'american dream, il "sogno Americano" è agli occhi di tutti sempre funzionante. Negli Stati Uniti puoi farcela anche se parti dal basso. Madonna, Lady Gaga, Steve Jobs (il cui padre naturale era siriano), Sergey Brin co-fondatore di Google ce l'hanno fatta. Ci hanno provato e hanno avuto successo. Vogliamo parlare di Jeff Bezos di Amazon, ormai multimiliardario in dollari?

Eppure le ultime ricerche, che racchiudono un campione maggiore, ci dicono che l'ascensore sociale negli Stati Uniti è in realtà meno efficace che in Italia, per le classi meno agiate.

Sabato scorso, alla conferenza europea della Fondazione Rodolfo Debenedetti, tre economisti - Paolo Acciari del ministero dell'Economia, Alberto Polo della New York University e Giovanni Violante di Princeton University - hanno presentato il loro lavoro - 'And Yet, It Moves': Intergenerational Economic Mobility in Italy - che documenta come la società italiana è meno bloccata di quanto risulti da studi precedenti.

I tre autori hanno abbinato i dati reddituali di un vastissimo campione di italiani, abbinando attraverso i codici fiscali circa 650mila coppie di genitori nati tra il 1942 e il 1963 - e di figli nati tra il 1972 e il 1983.

Come spesso avviene il Sud vive un mondo a parte. Infatti chi nasce nel Mezzogiorno ha molte meno probabilità di migliorare sensibilmente la sua posizine economica di chi è bambino e poi giovane e adulto nel Nord-Est. All'interno del Belpaese il grado di mobilità ha una forte variabilità. A Bergamo, per esempio, quinta nella classifica della mobilità ascendente, la situazione è molto diversa rispetto a Palermo, al centotreesimo posto.

La ricerca risponde anche al quesito se il sistema Italia favorisce il perpetuarsi di situazione favorevoli tra generazioni. Si può dire di sì. Infatti per ogni cento nati da genitori che siano nella prozione più alta della distribuzione del reddito (sopra i 50mila euro annui), "almeno 35 manterranno da adulti la posizione dei genitori".

Se si prendono 100 figli di genitori nella fascia più bassa di reddito - sotto i 15mila euro - solo 10 di loro riusciranno ad arrivare tra chi guadagna oltre 50mila euro.

Dal confronto con gli Stati Uniti emerge come l'Italia offra una maggiore mobilità intergenerazionale per coloro che vengono dal 30% di famiglie con un reddito basso. Se i figli provengono dalla classe media, gli Stati Uniti offrono più chance. Naturalmente, in un sistema economico che cresce, le opportunità sono maggiori per tutti in termini assoluti. Se la crescita stenta o langue, si può parlare con Cechov di “egoismo degli sventurati” che lottano tra di loro per un tozzo di pane.

Luigi Einaudi
E comunque, sempre con Einaudi, la competizione, la concorrenza è un enzima formidabile: “Solo nella lotta, solo in un perenne tentare e sperimentare, solo attraverso a vittorie ed insuccessi, una società, una nazione prospera. Quando la lotta ha fine si ha la morte sociale e gli uomini viventi hanno perduto la ragione medesima del vivere”.

P.S.: Quest articolo è uscito in contemporanea anche su Econopoly, blog del Sole 24 Ore, curato da Alberto Annichiarico.

 

giovedì 18 maggio 2017

L'ondata migratoria e il mercato del lavoro italiano: impariamo da Spontini

Dopo anni in cui i migranti - con la complicità della situazione perenne di instabilità del Medio Oriente, dove il dittatore siriano Assad ha ammazzato (e continua a farlo) numerosi suoi concittadini - arrivano numerosi in Europa e sul territorio italiano (molti dalla Libia  -porto di partenza - divisa in tribù dopo l'assassinio di Gheddafi), alcuni ingenui parlano ancora di "emergenza immigrati". Così come i "mercati emergenti" non esistono più, sono belli che emersi, così è ora di compiere dei ragionamenti strategici sul futuro demografico italiano.

Gli immigrati non vanno lasciati nei centri di accoglienza - spesso di parla di C.a.r.a., che significa Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo" - per mesi senza fare nulla. Vogliamo parlare del Cara di Capo Rizzuto dove ai migranti viene somministrato cibo per maiali? Le persone in arrivo vanno educate e valorizzate. Perchè non impariamo dai tedeschi che organizzano corsi di tedesco ai migliaia di siriani in arrivo? Noi italiani perseguiamo il modello passivo. Diamo da mangiare e stop. Non chiediamo nulla. Così la gente appena buca le reti, scappa e va alla ricerca di un lavoro nel nord Italia o in Europa.
La sociologa Chiara Saraceno su Repubblica ha scritto: "Lo Stato finge di ignorare che concentrare masse di persone tutte insieme, affidandole a "impresari dell'accoglienza" che nulla sanno in che cosa consista, è la via sicura per creare emarginazione, imbroglio, maltrattamenti".

Tempo fa ho raccontato il modello "Riace", paese calabrese (RC), rinato grazie agli immigrati, che il sindaco e la comunità del paese hanno instradato ai lavori manuali. Domenico Lucano, primo cittadino di Riace ha detto: "Abbiamo utilizzato le case abbandonate del centro storico per trasformarle in centri d'accoglienza. Abbiamo fatto assolutamente l’impossibile per i migranti e dato una risposta chiara trasmettendo un messaggio d'umanità: è possibile una dimensione alternativa ai ghetti, alle barriere e ai cancelli". Dei duemila abitanti di Riace, più di 500 non sono nati in Calabria. Arrivano dall'Afghanistan, dal Senegal, dal Mali, hanno rischiato la vita attraversando il Mediterraneo e a Riace hanno trovato una casa.
Qui non ci sono centri d’accoglienza, qui ai migranti diamo una casa vera”, ha detto Lucano. Hanno salvato Riace da povertà e desertificazione. Strade e case svuotate dall’emigrazione sono state ripopolate da una comunità multietnica che ha riportato in vita anche gli antichi mestieri. Hanno riaperto laboratori di ceramica e tessitura, bar, panetterie e persino la scuola elementare.


Dobbiamo accogliere i migranti - un tempo eravamo noi a cercare fortuna nelle "Americhe" -, forniamo loro l’istruzione necessaria e facciamoli lavorare. 
Un esempio in tal senso è fornito da Spontini, storica pizzeria milanese, nata in via Spontini, e ora, grazie alla fattiva abilità e determinazione di Massimo Innocenti - uomo dalle mille energie - intenta ad allargare il proprio raggio di azione, con l'apertura di numerosi punti vendita, sia a Milano che fuori.
Massimo Innocenti
Innocenti, invece di andare ai convegni - come fanno molti imprenditori - e bearsi a parole di meritocrazia - agisce. Parla con i fatti. Che contano di più. E' convinto che spesso gli immigrati abbiamo più voglia di lavorare, siano più motivati. Hanno il "chill in the belly". Nelle pizzerie di Spontini ben 64 dipendenti su 178 (ben il 36%) sono stranieri.
Aver vissuto un'infanzia difficile è un incentivo a riscattarsi. Quante volte vediamo figli viziati, abituati a tutti gli agi? Come ha ragione lo psicanalista Massimo Recalcati quando parla della fine del desiderio. Se ho tutto, cosa posso desiderare? Se i padri dicono solo sì - per quieto vivere - diventiamo una società senza Legge e senza padri, come scrive Eugenio Scalfari.

Alla pizzeria Spontini in piazza cinque Giornate lavora come direttore Aleksander Gjegji, 45 anni. Un fedelissimo. Lavora da Spontini 20 anni. Ha iniziato come cameriere nella prima pizzeria in via Spontini, è diventato responsabile di sala per poi crescere fino a diventare responsabile di negozio nel 2011, quattro anni fa.
Aleksander è arrivato in Italia nel 1999. In Albania era poliziotto, poi è andato in Svizzera per fare un corso di perfezionamento e da lì si è spostato in treno in Italia. Si è licenziato da poliziotto ed è rimasto nel nostro paese. Ha trovato subito lavoro come cameriere a Rimini, dove è rimasto 5 anni. Avendo però parenti che vivono a Milano, veniva spesso in città. Un giorno, passando per Via Spontini, ha visto per caso l’annuncio di ricerca del personale attaccato sul vetro della pizzeria, è entrato. Ha parlato col Sig. Innocenti che gli ha concesso subito un periodo di prova e così è diventato aficionado di Spontini.

Aleksander è molto grato a Spontini, gli ha permesso di realizzarsi. Si è creato una famiglia, ha sposato una ragazza albanese che adesso vive con lui a Milano. Tre figli, perfettamente integrati, che parlano italiano, inglese ed albanese.
I demografi continuano a segnalare la decrescita - mica tanto felice - delle nascite. Siamo rimasti 60 milioni negli ultimi 20 anni solo grazie agli immigrati e al fatto che le donne straniere in età fertile  fanno più figli delle madri italiane. Abbiamo perso la fiducia nel futuro. Non è questione di reddito. Gli immigrati stanno meno bene di noi. Ma vedono prospettive che noi non vediamo più, chiuso nel nostro bozzolo depresso.
Come dice il nuovo presidente appena eletto Emmanuel Macron, dobbiamo tornare a sperare, a uscire dalla paura, ad aver fiducia nel futuro. Sta in noi (Donato Menichella, cit.).
 

venerdì 12 maggio 2017

Attenzione ai CEO Napoleone: vogliono fare tutto da soli e portano le imprese al disastro

Un volume a cura di Mario Minoja - uscito grazie alla collaborazione del Comitato scientifico dell’Istituto per i valori di impresa (ISVI)Il buon governo. Insegnamenti dalle storie di imprese, istituzioni e realtà locali (Egea, 2016) invita a riflettere sulle interazioni tra valori e atteggiamenti e strategie di successo. Come scrive nella presentazione l’imprenditrice (INAZ) Linda Gilli sono decisivi i valori di integrità, innovazione, ricerca e apprendimento continui; gli atteggiamenti di curiosità, resilienza, fiducia nel futuro. Altrimenti non si va da nessuna parte.

Con il solito stile sferzante e documentato, Marco Vitale invita a imparare dalle storie di insuccesso. Troppo spesso di parla di imprese che funzionano. Riprendendo uno studio approfondito (del 2003) di Sydney FilkensteinWhy smart executives fail and what you can learn from their mistakes”- Perchè gli amministratori delegati falliscono e cosa si può imparare dai loro errori -, l’economista d’impresa bresciano sviluppa le sette cattive abitudini dei CEO che provocano grandi disastri aziendali.

Napoleone Bonaparte
Come si riconosce un Chief executive officer di tale fattura?

1.      Vedono loro stessi come dominatori e non reagiscono ai cambiamenti; è il classico errore della hubris, non ci si pone mai la domanda “dove stiamo sbagliando, da dove vengono i nuovi rischi?”. La loro sicurezza, o meglio sicumera, non li porta mai a dubitare della validità delle azioni. Avendo solo certezze, la direzione non prevede correzioni di rotta. I suggerimenti esterni non vengono ascoltati. 

2.      Si identificano in modo completo con l’azienda; non ci sono confini tra i loro interessi personali e quelli dell’organizzazione; è un pensiero frutto della concezione proprietaria. Il “fasso tutto mi” spesso degenera e crea servilismo. Non essendo ascoltati, i collaboratori evitano di utilizzare a dovere il senso critic.

3.      Sembrano avere tutte le risposte, in modo rapido e impulsivo; è pur vero che il mondo oggi viaggia a cinquecento all’ora, ma la strategia non si improvvisa, devono esserci studio e riflessione. La condivisione è necessaria. Carlo Azeglio Ciampi ricorda come l’atto volitivo, il decidere, sia quanto mai importante, visto che non decidere è decidere. Ma prima di scegliere Ciampi riuniva i collaboratori e li invitava ad affrontare il problema e a proprre soluzioni.

4.      Eliminano tutti coloro che possono ostacolare i loro sforzi; è notizia di pochi giorni fa che il CEO di Barclays Bank Jes Staley stava tramando e ostacolando un dipendente whistleblower che ha denunciato i suoi comportamenti scorretti; colui che “soffia nel fischietto” deve essere tutelato, non ostacolato. La governance della società deve prevedere meccanismi operativi tali da proteggere chi denuncia irregolarità aziendali. Se non ci fossero stati i “whistleblower”, gli scandali di Lehman Brothers ed Enron non sarebbero emersi.

5.      Sono dei portavoce instancabili dell’azienda; ma bisogna saper parlare sui fatti, non sulle favole, altrimenti è propaganda becera. La comunicazione non deve essere fine a se stessa. Se c’è incoerenza tra ciò che è e ciò che si comunica, il cliente perde fiducia nei confronti dell’impresa e del suo gruppo dirigente.

6.      Affrontano ostacoli spaventosi come impedimenti passeggeri; a furia di considerare i problemi strutturali come congiunturali, si perde di vista la forza dell’errore, che deve indurre correzioni di rotta.

7.      Riapplicano strategie e tattiche che hanno avuto successo in passato. Ma il mondo cambia in continuazione. Non è detto che la replica sia fruttuosa. Il contesto di riferimento è vitale. Pensiamo alla Coca Cola. Con il movimento guidato dall’ex sindaco di New York Mike Bloomberg contro le bibite gasate, non è più possibile vendere bibite zuccherate come un tempo. E’ necessario rivedere tutta la campagna pubblicitaria, aderendo alle tendenze salutiste imperanti.

Filkenstein osserva con amarezza: “Ancor più clamoroso, ciascuna di queste abitudini rappresenta una qualità che è largamente ammirata nel mondo degli affari odierno: in quanto società non solo tolleriamo le qualità che rendono i leader clamorosamente fallimentari, le incoraggiamo”.

Se non si ricorda - come fa Vitale - che il management è una disciplina antica, si compie un’involuzione verso un tecnicismo esasperato e poverissimo di contenuti. Si ha paura di schierarsi, di increspare troppo le acque. Nelle parole vivide di un alto dirigente di una grande banca italiana, si rischia la “mckinseyzzazione” dell’economia imprenditoriale.

Non mitizziamo l’homo oeconomicus. Le imprese sono come le famiglie, si può litigare, non intendersi più. Vitale invita a uscire da una visione astratta e ingenua dell’impresa come luogo di perfetta razionalità: “Le imprese sono organizzazioni sociali con tutte le debolezze, le incertezze, gli egoismi e le infamità delle società umane, dove degli uomini normali, nel bene e nel male, cercano, spesso non riuscendovi, di trovare un punto di equilibrio tra gli obiettivi sociali e la, spesso sfrenata, avidità di chi li guida”. Se faremo così, i fallimenti aziendali ci appariranno meno sorprendenti.