giovedì 16 novembre 2017

Impariamo da Giovanna Rana, formidabile imprenditore, ossessionato dalla qualità del prodotto

Venerdì 10 novembre scorso la Banca Passadore & C. ha tenuto a Genova il suo quinto convegno annuale intitolato ad Agostino Passadore, banchiere eccelso. Nella splendida cornice del Teatro Carlo Felice, oltre 2.000 persone hanno preso parte all’evento, coordinato da Ferruccio de Bortoli, nel quale Carlo Cottarelli, Giovanni Rana, Gildo Zegna e Marco Vitale hanno discusso sul tema “Le eccellenze della creatività imprenditoriale italiana”.
Giovanni Rana, che nella vita avrebbe potuto fare l'attore, ha conquistato la platea col suo racconto di vita. Sentirlo parlare è un piacere. Il suo ottimismo è contagioso.
Già in passato avevo avuto modo di incontrarlo e mi aveva colpito la sua affermazione: "Io regno, mio figlio Gianluca governa".
Giovanni Rana ha raccontato come sia partito a fare i tortellini nella stalla del suocero a San Giovanni Lupatoto, comune in provincia di Verona di 25mila anime. E' proprio vero ciò che sosteneva Carlo A. Ciampi, "l'Italia è un Paese di paesi".
Rana veniva a Milano in terza classe a cercare delle macchine ad hoc in Corso Como per produrre i tortellini con la forma che voleva lui. Come tutti i grandi imprenditori, Rana è ossessionato al dettaglio, alla qualità del prodotto. "Only the paranoid survive", diceva Andy Grove.
Pietro Barilla per anni è andato da Rana a San Giovanni Lupatoto per cercare di convincerlo a cedere l'azienda. E Rana non mollava perchè ama la sua creatura. Un giorno fu Rana ad andare da Barilla e vide nel suo studio diversi quadri con raffigurati dei puledri bianchi. Pietro gli disse che i cavalli rappresentavano per lui l'azienda Barilla, in piena corsa, in formidabile crescita. Allora Rana prese la palla al balzo e disse: "Hai presente il dipinto del somarello che ho nel mio ufficio? Ecco, questo rappresenta Giovanni Rana S.p.A., a cui voglio molto bene. Smettila di chidermi di vendertela!".
Barilla, al contempo, disse a Rana, forte di una ricerca Nielsen, che il "fresco" avrebbe avuto un boom. Così Giovanni Rana ci credette e si diede quindi da fare per produrre il tortellino fresco, con tutta la logistica che ne consegue. Da qui il grande successo di Rana combinato con una campagna pubblicitaria focalizzata sul personaggio Giovanni, che è risultata vincente. Giovanni Rana in tv è come dal vivo, una simpatia traboccante.
Oggi il gruppo Rana fattura il 60% all'estero, con grande traino del mercato americano (in quattro anni 160 milioni di fatturato), dove sono sbarcati anni fa. Tempo fa mi raccontava Gianluca Rana che prima dello sbarco nel mercato inglese si era fatto l'impossibile per garantire delle lasagne di grande qualità. Il pubblico non apprezzò. Allora si cercò di andare incontro al gusto inglese. E fu un successo.

Giovanni Rana ha chiuso il suo intervento di Genova spiegando come dalla partenza con 10 donne nella stalla, oggi siamo arrivati a tremila persone in sei stabilimenti, quattro in Italia, uno in Belgio (che serve il mercato inglese), uno negli Usa: "Sono felice, chiosa Rana, perchè faccio il mestiere più bello del mondo". Oltre mezzo miliardo di fatturato. Non è poco partendo dal niente. Applaudi scroscianti.

giovedì 2 novembre 2017

Il caso Baffi-Sarcinelli 38 anni dopo - Lettera al Corriere della Sera (non pubblicata), replicando a Sabino Cassese che criticava (sic!) le troppe ispezioni della Banca d'Italia

Il 21 ottobre scorso Sabino Cassese sul Corriere della Sera, in un editoriale “Sfiduciare la Banca d’Italia un veleno per le istituzioni”, criticava la mozione parlamentare del Pd, critica verso la Vigilanza della Banca d’Italia.

Nel chiudere il suo articolo, il prof. Cassese ritornava sul caso Baffi-Sarcinelli del marzo 1979, ma a sproposito. Mentre la Banca d’Italia oggi viene criticata per una vigilanza titubante, Baffi e Sarcinelli allora vennero presi di mira, attaccati, incriminati e defenestrati (Sarcinelli addirittura arrestato) perchè vigilavano troppo bene e con incisività.

Sono tornato sulle mie amate Carte Baffi e ho trovato che in quegli anni Sabino Cassese non aveva capito quasi nulla. Ho quindi preso carta e penna e ho scritto (il 26 ottobre) al direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana chiedendo di essere pubblicato (la lettera non credo uscirà mai).

 Caro direttore,

 Nell’editoriale Sfiduciare la Banca d’Italia un veleno per le istituzioni del 21 ottobre sul Corriere della Sera Sabino Cassese ricorda l’attacco giudiziario alla Banca d’Italia del 1979 con queste parole: “L’indiretta mozione di sfiducia nell’istituzione Banca d’Italia...rappresenta per essa una ferita persino maggiore di quella inferta nel marzo 1979 da una iniziativa di Andreotti e della Procura della Repubblica”.

Paolo Baffi
Vorrei aggiungere, al fine di rinverdire la memoria dei fatti, che in quegli anni il prof. Cassese non capì in alcun modo il cambio di passo nella politica di Vigilanza adottata da Paolo Baffi e Mario Sarcinelli, segnando una forte discontinuità con il governatorato di Guido Carli.

Infatti in un articolo sull’Espresso del 20 agosto 1978 – A via Nazionale il burocrate grida: ho vinto! – Cassese accusò la Banca d’Italia di non collaborare col sistema politico-amministrativo e di formalismo, poichè, a suo dire, la Banca d’Italia eccedeva – a seguito delle ispezioni nelle banche vigilate - nelle denunce alla magistratura. Così Cassese: “Nel 1975, queste [denunce, ndr] furono 67; nel 1976, 117; nel 1977, 59. Per gli anni che precedono [con Carli governatore, ndr], ...si ha ragione di ritenere che il fenomeno fosse sconosciuto negli anni 1960 e fosse inferiore a poche decine dal 1970 al 1975...Ci si chiede se la Banca d’Italia non possa prevenire i reati [chissà cosa penserebbe di questa affermazione Ignazio Visco oggi, ndr]: essa deve indirizzare e governare il credito, non agire come una Procura della Repubblica o la Corte dei Conti del sistema creditizio”. Cassese non comprese l’importanza vitale delle ispezioni in loco, decisive per scoprire il malaffare. Sono state proprio le ispezioni all’Italcasse di Arcaini dell’agosto 1977 e al Banco Ambrosiano di Calvi nel 1978 – oltre alla contrarietà al salvataggio-papocchio della Banca Privata di Michele Sindona - a segnare – purtroppo - la fine del “duo inafferrabile” Baffi- Sarcinelli.

Donato Masciandaro
Non è un caso che Donato Masciandaro, direttore del Centro Baffi Carefin Baffi della Bocconi abbia definito Baffi il “Governatore della Vigilanza”. Fu proprio il cambio di rotta nelle politiche di Vigilanza che indusse la politica a reagire servendosi della peggiore magistratura romana (altro che “porto delle nebbie”, meglio definirlo “porto delle follie”). Lo storico Alfredo Gigliobianco scrive: “Baffi, insieme con Sarcinelli, contrastò i fenomeni degenerativi che si manifestavano in quegli anni, usando anche con efficacia e senza timori reverenziali lo strumento delle ispezioni”.

Cassese chiuse il suo ragionamento nell’agosto ’78 chiedendosi se la Banca d’Italia fosse “passata all’opposizione”. Intanto Baffi, ferito da Cassese, era già sotto indagine fin dal 7 aprile 1978, inizio del fantomatico “disegno criminoso”.
Cassese, a cui ho scritto allegandogli la lettera, mi ha risposto così: "Da quanto lei stesso scrive si evince che mi riferivo alla prassi di attivare le procure, non alla vigilanza in quanto tale".

Gli acrobati sono una specialità italiana.

venerdì 13 ottobre 2017

Il dualismo italiano nord-sud: una storia infinita. Un aggiornamento serio di Emanuele Felice

Qualche settimana fa la Banca d'Italia ha pubblicato un Quaderno di storia economica con un paper di Emanuele Felice, valente storico dell'economia, dal titolo "Le radici del dualismo: PIL, produttività e cambiamento strutturale nelle regioni italiane nel lungo periodo (1871-2011)".
Il lavoro ripercorre l’evoluzione della disuguaglianza regionale in Italia nel lungo periodo, dagli anni  intorno all’Unificazione (1871) fino ai nostri giorni (2011). Nella storia della disuguaglianza regionale in Italia si possono distinguere quattro fasi: moderata divergenza (l’età liberale (1871-1911)), forte divergenza (le due guerre mondiali e il fascismo, 1911-1951), generale convergenza (il miracolo economico, 1951-1971) e infine la polarizzazione in "due Italie" (1971-2011).
In quest’ultimo periodo, per la prima volta il PIL e la produttività, così come gli addetti per abitante e la produttività, hanno seguito due sentieri opposti: il divario Nord-Sud è aumentato nel PIL, diminuito nella produttività.
Felice, autore del notevole Perchè il Sud è rimasto indietro (il Mulino, 2014), ritorna ad appassionarsi sul tema dei divari regionali con un data-set aggiornato. Fa ancora una certa impressione leggere nell'introduzione che "Italy is arguably the only Western country where regional imbalances still play a major role nowadays: Italy’s North-South divide in terms of GDP has no parallels in any other advanced country of a similar size, and southern Italy is, after Eastern Europe, the biggest underdeveloped area inside the European Union".
Il nostro Mezzogiorno è ancora un problema enorme, afflitto da corruzione, criminalità, istituzioni di basso livello che non facilitano la vita d'impresa. Basti pensare alla storia dell'imprenditore Salvatore Barbagallo - a cui è stato conferito il Premio Giorgio Ambrosoli nel gennaio scorso - , attivo nel settore della trivellazione, che è stato costretto a chiudere la sua impresa in Calabria.
L'analisi di Felice è interessante anche perchè ci dà informazioni sulla crescita del Pil pro-capite delle singole regioni. Se osserviamo la tabella sul gdp pro capite, la Liguria nel 1871 (dopo l'unificazione) era la regione italiana messa meglio (138 vs 100 dell'Italia tutta). Nel 2011 la Liguria si trova a 106. Per l'attento osservatore non ci sono sorprese, infatti investimento ligure è un ossimoro come ghiaccio bollente. Gli investimenti sono inesistenti e sempre rimandati (in eterno). Peraltro la Liguria ha un drama demografico in corso visto che figli non se ne fanno. Chi fa figli investe sul futuro. Il ligure risparmia e sogna nostalgicamente il passato dorato.
Percorso opposto dell'Emilia Romagna, che partiva svantaggiata (106) e nel 2011 si trova a 122. La Valle d'Aosta e il Trentino sono le regioni che si sono comportate meglio: la prima passata da 80 a 136, la seconda da 69 a 129. La Campania ha dilapidato il vantaggio relativo, da 109 a 64; idem la Sicilia, terra irredimibile, da 95 a 66. Federico II si rivolta nella tomba a vedere gli sconquassi dell'Assemblea Regionale siciliana, l'organo politico peggiore del mondo, dopo Chavez.
Nella parte finale del paper Emanuele Felice cerca di individuare le determinanti del ritardo cronico del Sud, sulle quali non c'è convergenza tra gli studiosi. Felice propende per i fattori istituzionali: "It has been argued that these fixed effects could be enduring socio-institutional differences: higher inequality in the South, coupled with extractive political (clientelism) and economic (latifundium versus sharecropping, organized crime) institutions, which reinforced a de facto extractive setting in the South – although within a nominally national institutional framework. Historically, inequality and extractive institutions in the South may have also determined, in that area, lower human and social capital, that is, they may have created the concomitant conditioning variables which favored the falling back of the South in some periods". 

Insomma diverse le ipotesi, ma la ricerca storica non ha un'opinione condivisa. Anche io, nel mio piccolo, concordo con Felice e Acemoglu/Robinson (autori del bellissimo Why nation fail), i fattori istituzionali sono decisivi.
Intanto il Sud risulta tra le regioni più povere come pil-procapite e come produttività. Un disastro unico in Europa. Patetici sono coloro che piangono e si rifugiano dietro un racconto storico falso (vedasi i libri di Pino Aprile).

venerdì 6 ottobre 2017

Gli studenti si devono ribellare ai professori senza etica

Dopo l'ennesimo scandalo legato ai concorsi truccati in università, non si può che essere d'accordo con la senatrice a vita Elena Cattaneo che scrive su Repubblica: "Un professore che invita un candidato di un concorso a ritirarsi perchè "non è previsto che vinca", o affinchè sia abilitato un altro" meno meritevole, accompagnando l'invito con una minaccia - neppure velata -  che "altrimenti la sua carriera universitaria sarà compromessa", non è degno di ricoprire una carica pubblica".
Qualche anno fa Luigi Zingales, costretto ad andare negli Stati Uniti perchè in Italia non avrebbe avuto lo spazio meritato - scrisse sul Sole 24 Ore un pezzo superbo dal titolo "Strass-Kahn e il primato dei più deboli" dove il messaggio chiave era di alzarsi in piedi, protestare e far valere la propria voce. In sintesi, "Speak out, stand up". Lo portai a lezione e lo leggemmo insieme. Il passaggio rilevante è questo: "(In Italia, ndr) Prima di sfidare l'autorità, dovevamo chiederci «ma sei proprio sicuro?». Questo eccesso di zelo si trasformava spesso in sudditanza. Negli Stati Uniti ai miei figli viene insegnato il diritto-dovere di stand up speak out, letteralmente di alzarsi in piedi e alzare la voce per segnalare possibili errori: non solo dei compagni di scuola, ma anche dei professori. Questo non significa insubordinazione, ma diritto di chiedere conto anche ai propri superiori delle loro azioni". Zingales chiudeva così il suo articolo: "Non sorprendentemente, in un ricerca pubblicata di recente, Guido Tabellini trova una correlazione tra valori insegnati e crescita economica. Le regioni d'Europa in cui il principio di obbedienza all'autorità è uno dei primi valori insegnati crescono meno. È giunto il momento che anche in Italia si insegni il diritto-dovere di stand up ai don Rodrigo" (18 Maggio 2011, attualissimo, "niente è più inedito della carta stampata").

Già in passato ci siamo soffermati sull'"Università truccata", così definita dal professor Roberto Perotti della Bocconi. Sono passati i tempi in cui un professore ordinario - cosiddetto "barone" - chiedeva a un suo assistente qualsiasi cosa. Ho ricordato su queste pagine l'esilerante (con gli occhi di oggi) richiesta del prof. Corrado Gini - ancora oggi è citatissimo per il suo indice sulla concentrazione del reddito e della ricchezza - che chiese a Franco Modigliani, già full professor negli Stati Uniti, di portare a riparargli l'orologio.

Tra le soluzioni pensate per ridurre lo scambio di favori in università alcuni propongono un codice etico. Balle, i codici etici servono solo per farsi belli. Aumentare le risorse, come propone il professor Tomaso Montanari? Giammai. Ci sarebbe ancora una maggiore lottizzazione delle risorse in più. Efficacia zero. Soluzioni possibili. Perotti ne propone una: "Assegnare una parte sostanziale dei fondi secondo la qualità della ricerca e dell'insegnamento di ogni dipartimento, in base a giudizi di esperti internazionali. In questo sistema saranno i colleghi stessi del barone che impediranno di tramare per assumere un candidato inadeguato, perchè alla lunga ciò si rifletterà sulle risorse disponibili a tutti i membri di quell dipartimento". Vorrebbe dire cambiare mentalità. Ne siamo capaci?

venerdì 29 settembre 2017

Foorban, il ristorante con più coperti al mondo

Milano sta vivendo il suo momento d'oro. Sono ormai tanti i talenti che lasciano le grandi aziende - dove si impara a inizio carriera e dove ognuno deve impegnarsi per trovare un mentore -, per andare a fare impresa, il lavoro più bello del mondo.
Stefano Cavaleri, co-fondatore di Foorban, mi ha raccontato davanti a un buon bicchiere di vino la storia del "ristorante con più coperti al mondo".
Cavaleri, dopo essersi laureato in Cattolica, ha lavorato 4 anni in Vodafone, due anni in finanza e due nel marketing. Poi ha deciso di lasciare per fondare Foorban, insieme ad altri due soci, Marco Mottolese e Riccardo Pozzoli.
Foorban nasce nel gennaio 2016, quindi a gennaio 2018 compirà due anni di vita. La società pensa di chiudere il 2017 riuscendo a preparare e consegnare 500 pasti al giorno (solo a pranzo per il momento ma in futuro sarà anche disponibile la cena a domicilio), contro i 250 di oggi. Nell'ultimo trimestre la crescita è nell'ordine del 20%.
Idea chiave è il controllo della qualità del prodotto. Sempre più persone sono attente a mangiare cibi di qualità. In Europa il junk food non funziona (mentre negli States la speranza di vita cala, anche per l'alimentazione sbagliata). Vogliamo roba buona. Vale sempre il principio per cui "garbage in-garbage out", se metti in macchina roba di scarsa qualità, non può che uscirne fuffa. I cuochi questo lo sanno bene.
"Pranzo sano e gustoso", questo il pay-off di Foorban. La qualità degli ingredienti conta eccome.
Le operations e il centro cucina di Foorban sono in Via Meda, da cui partono da mezzogiorno in poi (se ordini prima delle 12 la consegna è gratuita) i ragazzi con le loro bici.

Chi sono i clienti di Foorban? Avvocati, professionisti, uomini di finanza, che sono stufi di mangiare un panino scrauso in piedi, o far lunghe file per avere un piatto deludente.
Quanto costa un pasto Foorban? 12 euro, in genere, più il costo della consegna. I clienti apprezzano anche i succhi di frutta pressata a freddo. 80% clienti prendono solo il pasto.

Di fatto Foorban compie tre attività:
1) fa da mangiare;
2) logistica (consegna a domicilio). They say: "We cook, we ride, you eat"
3) IT, comunicazione e marketing.

Che rapporti ha Foorban con il mondo della finanza? Buono. Come da manuale per una start-up, non serve capitale circolante fornito dagli istituti di credito, ma capitale di rischio. Capitalisti di ventura, business angels, friends & family hanno fornito i capitali del primo e secondo round di finanziamento.
Nella seconda tornata Foorban ha raccolto 650mila euro con una valutazione pre-money di 3,1 milioni di euro. I soci sono rimasti in salda maggioranza. Il fatturato 2017 dovrebbe essere nell'intorno di 500mila euro, per poi sestuplicare nel 2018 a 3 milioni di euro.

Fare soldi è un obiettivo primario dell'imprenditore? Non è così. Lo conferma anche Cavaleri, appassionato del suo lavoro e committed affinchè la società possa crescere.
Nel sentire l'amministratore delegato di Foorban mi è tornato in mente un passaggio di "Pastorale americana", dove il padre del protagonista del libro - "lo svedese" Seymour Levov -  a pranzo tesse le lodi del proprio dipendente della fabbrica di guanti, Al Haberman:
"Se vuol parlare di gente all'antica e del mondo come'era una volta, parliamo di Al. Un uomo meraviglioso. Si arricchì tagliando guanti....Erano padroni di se stessi, erano capaci di lavorare sessanta ore la settimana...Tagliare i guanti è un magnifico mestiere. Un tagliatore come Al portava sempre camicia e cravatta. A quei tempi il tagliatore non lavorara senza camicia e cravatta. E potevi lavorare anche a settantacinque o a ottant'anni. Queste persone lavoravano in continuazione. Soldi per mandare i figli a scuola. Soldi per sistemare bene le proprie case...Tutto questo orgoglio per il lavoro ben fatto è scomparso".
L'imprenditore che punta solo a far soldi per far soldi (Giorgio Bocca, cit.) è destinato alla sconfitta. Ci vogliono imprenditori che amino follemente il proprio prodotto e la propria azienda.

Nel salutare Stefano Cavaleri, raccomando di leggere "Il volo di notte" di Antoine de Saint-Exupery, dove si narrano le gesta eroiche dei piloti dei viaggi aerei postali degli anni Trenta in Argentina. In Vol de nuit sono raccontati gli anni eroici dei primi, pericolosi collegamenti aerei internazionali, i primi voli notturni sulle sconfinate regioni dell’America Latina. Ogni pilota, accettando il suo compito, sa di rischiare la vita.
In un passaggio chiave del libro – quando il pilota Fabien rischia l’osso del collo nel mezzo di un uragano che spinge fuori rotta l’aereo – il collaboratore di Riviére, responsabile dell’intera rete aerea, si sente rispondere: “Vede Robineau, nella vita non ci sono soluzioni. Ci sono forze in cammino: bisogna crearle, e le soluzioni vengono dopo”.
Cara amici di Foorban, mettete a lavorare la forze in cammino, le soluzioni e il successo verrà di conseguenza.

martedì 26 settembre 2017

Il governo Merkel in Germania con i liberali di Lindner: uno stimolo al lassismo italico

Tutti, dico tutti, i commentatori delle elezioni tedesche hanno sancito che l'integrazione europea subirà dei rallentamenti e l'Italia ne subirà le conseguenze. La tesi è che la fine della Grosse Koalition - dopo la sconfitta dei socialdemocratici guidati da Martin Schultz - condurrà a politiche meno permissive nei Paesi che infrangono le regole in Europa previste dal Patto di stabilità e crescita (evoluzione del Trattato di Maastricht).
Domenica sera a scrutinio ancora aperto, il leader del partito liberale tedesco (Fdp) Christian Lindner ha ribadito - in coerenza con ciò che ha sostenuto in campagna elettorale - quale è la sua linea politica: "Un bilancio dell'Eurozona dove i soldi andranno verso la Francia per finanziare la spesa pubblica o verso l'Italia per riparare i disastri di Silvio Berlusconi è impensabile".L'ex ambasciatore italiano a Bonn e Berlino Michele Valensise - oggi direttore di Villa Vigoni, centro italo-tedesco per l'eccellenza europea - ha spiegato la profonda differenza di visione tra tedeschi ed italiani sul ruolo del futuribile ministro delle finanze europeo. I tedeschi pensano debba essere un "poliziotto", un controllore di conti, i paesi mediterranei lo vorrebbero dispensatore di risorse.
Christian Lindner
Nel corso di questi anni l'Italia a livello di finanza pubblica ha lasciato correre la spesa corrente e tagliato drasticamente gli investimenti. In Italia ahinoi abbiamo ancora l'idea peregrina che basti scavare una buca e poi ricoprirla per creare ricchezza. Bell'idea che abbiamo delle politica ancicicliche suggerite da John Maynard Keynes (che in pochi hanno letto veramente, come dice spesso Pierluigi Ciocca)!

Allora ben venga Herr Lindner a dettare le regole. Siamo un paese indisciplinato che pensa ancora di creare ricchezza col disavanzo. Nel suo ultimo intervento - Sviluppo dell'economia e stabilità finanziaria: il vincolo del debito pubblico - il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco ha ben argomentato che "l'espansione del disavanzo pubblico non può, di per sè, sostenere stabilmente l'attività economica. Del resto dall'avvio dell'Unione monetaria l'Italia ha registrato disavanzi prossimi o superiore al 3 per cento del prodotto per 15 volte...Se c'è carenza di infrastrutture in Italia, le ragioni vanno ricercate soprattuto nella qualità della spesa, non nelle regole di bilancio".
Vogliamo andare in Europa e sbattere i pugni sul tavolo? Facciamolo, ma per aumentare gli investimenti, non per finanziare bonus cultura o spesa pubblica improduttiva.

venerdì 22 settembre 2017

Una bella notizia: Vittorio Emanuele di Savoia condannato per calunnia legata all'omicidio di Dirk Hamer

Nella notte tra il 17 e il 18 agosto 1978 all'isola di Cavallo, in Corsica, per un litigio legato all'uso di un canotto, Vittorio Emanuele di Savoia si mette a sparare con un fucile M1 - già in dotazione alle forze armate americane in Vietnam -, regalatogli dal dittatore filippino Marcos. I colpi sono così potenti da infrangere la carena di una barca vicina - il Mapagià, dal nome degli ex proprietari, i tre fratelli Leone, Paolo, Mauro e Giancarlo - e ferire gravemente mentre dormiva il tedesco Dirk Hamer, 19 anni.
Dopo 19 operazioni, tre amputazioni, e 111 giorni di agonia, Dirk Hamer muore. Il processo in Francia nel 1991 ha visto sul banco degli imputati Vittorio Emanuele, che è riuscito a finire assolto dall'accusa di omicidio volontario. Una serie di errori, sviste, ricostruzioni mancate, insomma i potenti la fanno spesso franca.Arrestato in Italia nel 2006 nell'ambito dell'inchiesta "Vallettopoli" (scommesse illegali, gioco d'azzardo, sfruttamento della prostituzione), Vittorio Emanuele in carcere a Potenza, intercettato "ambientalmente", ha raccontato ai suoi compagni di cella la dinamica dell'omicidio, sostenendo di aver sparato due colpi e "aver fregato i giudici" parigini.

Birgit Hamer
La sorella di Dirk, Birgit Hamer, ha pubblicato per Aliberti nel 2011 il volume Delitto senza castigo, (il libro uscirà a breve in versione aggiornata con il titolo Scacco al re) dove racconta le vicende legate alla morte di suo fratello. In un'intervista al Corriere della Sera il 17 agosto scorso, Birgit dice: "(Quella notte a Cavallo, ndr) era chiaro l'intento di uccidere gli italiani presenti, lui lo urlava: "italiani di merda, vi ammazzo tutti!". Era quello che oggi definiremmo un "attacco terroristico". Arrivare con un fucile da caccia mentre gli altri dormono. Per fortuna Nicky Pende (che poi si buttò in acqua e nuotò sotto la chiglia per evitare di essere colpito, ndr) è riuscito a disarmarlo, buttandolo in acqua, sennò avrebbe potuto essere una strage: c'era la volontà di uccidere, non di uccidere mio fratello. Una persona normale per un fatto del genere può ricevere un ergastolo e il Savoia invece si vanta di averla fatta franca....Non va dimenticato che il Savoia voleva uccidere degli italiani, quella notte, sull'Isola di Cavallo".

Vittorio Emanuele di Savoia
Per aver sostenuto queste tesi, Birgit è stata denunciata da Vittorio Emanuele di Savoia (denuncia poi archiviata). Birgit ha preso coraggio - dopo una vita di calvario umano e processuale - e lo ha querelato per calunnia. Ci sarà un giudice a Berlino, diceva il mugnaio di Potsdam nell'opera di Bertold Brecht.
E Birgit il giudice lo ha trovato a Roma. Infatti Vittorio Emanuele di Savoia è stato condannato in primo grado il 20 settembre scorso a due anni di carcere (pena sospesa) per calunnia perchè ha provato a screditare il contenuto di Delitto senza castigo.
Meno male che il 2 giugno 1946 gli italiani votarono al referendum - fortemente voluto dal Partito d'Azione - per la repubblica. Se avesse vinto la monarchia, avremmo Vittorio Emanuele - figlio dell'ultimo re d'Italia Umberto II e Maria Josè - capo dello Stato. Che incubo!

martedì 19 settembre 2017

L'esegesi del pensiero del sindaco di Roma Virginia Raggi #Atac

La settimana scorsa Virginia Raggi in Campidoglio è intervenuta sulla questione Atac, l'azienda dei trasporti romana in stato comatoso, virtualmente fallita. Purtroppo le aziende pubbliche non falliscono mai, interviene sempre Pantalone, alias il contribuente, a consentire il salvataggio.
Verrebbe da citare Margaret Thatcher: "Non esiste il denaro pubblico, esistono i soldi dei contribuenti". Ma come soleva dire a lezione in Università Bocconi Marco Vitale trent'anni fa "Il più grande fattore di mutamento culturale è la fine della cassa". Se la cassa non si esaurisce, l'andazzo di assenteismo, ricambi rubati, biglietti venduti in nero, prosegue.
Cito integralmente perchè merita il "Buongiorno" di Stefano Feltri sulla Stampa del 2 settembre scorso:

"Un autista di autobus di Roma, oltre che guidare gli autobus, faceva il traslocatore. Un altro faceva il piastrellista. Un altro ancora lavorava alle pompe funebri. C’è gente che fa turni di tre ore, ha detto andandosene Bruno Rota, penultimo direttore generale di Atac, l’azienda dei trasporti della capitale. Ogni giorno almeno un assunto su dieci rimane a casa, per malattia o permesso. Ad agosto la percentuale sale a uno su cinque. I sindacalisti si sono presi undicimila ore di permesso in più rispetto agli accordi. C’era chi era in permesso sindacale da un anno. Del resto in Atac ci sono undici sigle sindacali. Sono stati appena licenziati quaranta dipendenti entrati col sistema di Parentopoli, ma non vogliono rinunciare alla liquidazione.

Ogni anno, fino a pochi anni fa, venivano venduti biglietti falsi per 70 milioni di euro, con la collaborazione di dirigenti ed edicolanti. Sono state acquistate porte-vetro a 98 e 128 euro quando l’offerta media delle aziende sconfitte era di 6,5 e 13,5 euro. Fra il 2013 e il 2015 sono state bucate 6 mila gomme ma ne sono state sostituite d’urgenza 15 mila. Dove sono finite le 9 mila di troppo? Boh. La metropolitana, per sciopero o guasto, è ferma in media più di un giorno alla settimana. I suoi freni a disco costano 6 mila e 700 euro anche se il prezzo di listino è di mille e 700. Un viaggiatore su tre non paga il biglietto. Ogni giorno un autobus su quattro è fermo perché rotto. Atac ha un debito di 1,3 miliardi di euro. Forse fallirà, forse no, ma una domanda non è ammessa: di chi è la colpa?". Di fronte a questo marasma organizzativo e societario, una cloaca senza senso (certamente dovuto alle gestioni passate, ma il sindaco pentastellato è stato eletto per cambiare le cose) Virginia Raggi in aula ha detto:
- "privatizzare l'Atac non è la soluzione, cedere l'Atac ai privati sarebbe consegnare il trasporto pubblico a logiche di profitto con la creazione di linea di serie a e serie b...nessuno potrebbe escludere l'aumento del costo dei biglietti per aumentare i ricavi;
- per effetto di politiche sciagurate Atac rischiava il fallimento, noi la salveremo mantenendola in mano pubblica; salveremo un patrimonio che appartiene a tutti i romani, rilanceremo il servizio pubblico; lo strumento per concretizzare questo impegno si chiama concordato preventivo in continuità.
-  Non ci saranno tagli; saranno mantenuti i livelli salariali e occupazionali".

Dopo aver letto queste affermazioni, chiunque capisce che non vi è alcuna volontà di cambiare le cose. Il Movimento 5 Stelle prima ingaggia in pompa magna il manager Bruno Rota - proveniente da Atm -  e poi subito dopo lo costringe a dimettersi perchè contrastato duramente nelle prime opere di "bonifica aziendale".
Attendiamo con ansia in provvedimento governativo "SalvaRoma" o "SalvaAtac", che consentirà per altri lustri la malagestio romana.

Come se ne esce? I radicali - con tenacia - hanno raccolto le firme necessarie (30mila) per il referendum consultivo che ha l'obiettivo di costringere l'amministrazione capitolina ad aprire il mercato dei trasporti alla concorrenza attraverso una gara pubblica (che in teoria l'Europa ci obbliga a fare). Il bene comune non è l'Atac - ricettacolo di consenso - ma il servizio offerto ai cittadini.

giovedì 7 settembre 2017

Tesoretto, parola nefasta, frutto di una cultura da Strapaese

Non appena i conti pubblici accennano un qualche miglioramento, ecco apparire subito i trivellatori della spesa pubblica (Guido Carli, cit.), coloro che intendono scaricare il risanamento sulle future generazioni, che non votano ancora o che devono ancora nascere.
La parola che chiarisce subito le intenzioni dell'interlocutore di turno è "tesoretto". Non appena la doveste sentire, fuggite a gambe levate perché le conseguenze possono essere solo negative.
Secondo il vocabolario Garzanti, Tesoretto indica la somma che la finanza pubblica si trova a disposizione in più di quanto aveva previsto, per aumentato gettito fiscal e in particolare per le riduzioni dell'evasione".
Con il terzo debito pubblico del mondo, parlare di 'tesoretti' non ha assolutamente senso. Prima di festeggiare, occorre ridurre la spesa corrente, poi andare in surplus di bilancio annuale e poi ridurre il mostruoso debito pubblico.
Il sociologo Ilvo Diamanti su Repubblica, "le parole non sono semplici simboli che significano la realtà. Ma contribuiscono, a loro volta, a costruire la realtà sociale. Oppure a modificarne il senso, dunque: la percezione".

Fausto Bertinotti
Uno dei primi a usare la parola "tesoretto" fu il "Parolaio rosso" (Giampaolo pansa, cit.) Fausto Bertinotti, il quale gira con la scorta da ex presidente della Camera, ha una sbalorditiva pensione calcolata con il metoro retributivo e spara un sacco di panzane.
Non ci meravigliamo che I ciellini - alla ricerca di una nuova guida, dopo la fine dell'amore con Roberto Formigoni - lo abbiano applaudito al loro Meeting agostano.

Vi ricordate Guzzanti quando imitava Fausto Bertinotti? Spassosissimo.

martedì 25 luglio 2017

Consigli di lettura per l'estate: da Andreatta ad Annibale Canessa, da Marco Onado a Tito Boeri, da Bini Smaghi a Lirio Abbate. Buone vacanze

E' una tradizione per questo blog dare dei consigli di lettura per l'estate. Non ci tiriamo indietro e anche quest'anno ci permettiamo di proporre alcuni interessanti volumi, non esclusivamente economici.
Partiamo da Giana Petronio Andreatta - psicoanalista, vedova di Beniamino (che bel nome!), detto Nino, Andreatta, grande pensatore e uomo politico di vaglia - che ha scritto E' stata tutta luce (Bompiani, 2017), raccogliendo frammenti di ricordi che partono dal 1957 quando si conobbero all'Università Cattolica di Milano. Per un bel po' di tempo si sono dati del lei! Altri tempi.
Due passaggi interessanti, tra i tanti:
1. "Andreotti scrive diversi biglietti pieni di buone parole; forse crede che io abbia dimenticato come ti (il volume è scritto rivolgendosi al marito, ndr) tenne fuori da ogni incarico, punendoti per il rifiuto di salvare lo Ior (Banca del Vaticano, pesantemente coinvolta nel crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, ndr), e come comunque fosse sempre appartenuto a una corrente con cui tu non avevi niente a che spartire, e che ti aveva avversato in ogni modo".
Come disse Carlo De Benedetti Andreatta subì l’ostracismo della Democrazia Cristiana dopo la sua determinazione nella vicenda del Banco Ambrosiano. “L’establishment italiano è scheletrico e anchilosato, ma cattivo e pauroso. Dare prova di libertà costa carissimo”, ha affermato Carlo De Benedetti (Per Adesso, F. Rampini, Longanesi, 1999). “Come Ministro del Tesoro, dopo il fallimento dell’Ambrosiano fece in Parlamento un memorabile discorso d’accusa contro lo IOR e il Vaticano. Dopo quell’episodio Andreatta fu emarginato dalla vita politica italiana per dieci anni. Solo la sua intelligenza e la sua passione politica lo hanno riportato a galla, dopo Mani Pulite”.
2. "Nino aveva un fiuto particolare per i disonesti, per le persone che agivano scorrettamente o che erano troppo "disinvolte" col denaro e il maneggio della cosa pubblica...Per esempio, fatte le debite differenze, era molto diffidente nei confronti di Michele Sindona e Nino Rovelli".
Marco Onado, professore senior di Economia degli intermediari finanziari all'Università Bocconi, già commissario Consob, ha scritto un libro meraviglioso, a tratti perfino divertente, con mille riferimenti e rimandi anche al mondo del cinema, che piace tanto al prof.
Edito dal Mulino, Alla ricerca della banca perduta è la storia e l'analisi dei salvataggi bancari che si sono susseguiti dopo il fallimento di Lehman Brothers nel settembre 2008.
L'Italia, che si vantava di essere immune dal contagio, dopo anni di recessione che avrebbero ammazzato un toro, si è trovata con l'attivo delle banche commerciali piene di crediti incagliati e sofferenze. Spesso i banchieri hanno rimandato l'accantonamento delle perdite attese finendo per annacquare i bilanci. Senza contare i casi di operazioni fraudolente che hanno depauperato il patrimonio di vigilanza, come nel caso di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, le cui crisi sono frutto di un sistema bacato di potere.
Onado si chiede se le nuove regole varate in molti paesi sono in grado di ripristinare gli aspetti virtuosi del nesso tra finanza e sviluppo economico. Ai lettori scoprirlo.

Tito Boeri
Tito Boeri ha tutta la nostra stima. Senza dubbio è stata la migliore nomina di Matteo Renzi da presidente del Consiglio. La determinazione con cui si batte per limitare l'abnorme potere dei sindacati nel marasma dell'elefantiaca struttura barocca dell'INPS ha tutto il nostro plauso.
Gli scontri tra Boeri e il ministro del Lavoro Giuliano Poletti sono un buon esempio della mancanza di cultura statistica nei nostri governanti. Mentre Boeri documenta le proprie affermazioni, Poletti parla con il solo fine di tutelare i sindacati e coloro che sono già in pensione. Ai giovani chi ci pensa? Ha dell'incredibile la risposta di Poletti a Boeri che intendeva limitare i sussidi insiti nel sistema retributivo a favore dei sindacalisti. Ne ha parlato Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera, con un titolo che parla da sè: Il trucco delle pensioni triple. In sostanza oltre 1.400 sindacalisti prendono una pensione senza senso (rispetto ai contributi versati) valorizzando in modo clamoroso gli ultimi anni dei loro distacchi sindacali. La Corte dei Conti ha messo dei paletti ma Poletti li vuole far valere solo per il futuro. Chi paga, intanto? I giovani, che sussidiano i sindacalisti, che stanno al mare quattro mesi in panciolle.
Boeri ha rielaborato, ampliandolo, il testo di una lectio magistralis e ne è uscito un volume di facile lettura, Populismo e stato sociale, (Laterza, 2017). Vi trascrivo un passaggio di pagina 33, che dà l'idea come il nostro welfare state sia fallimentare: "In Italia solo tre euro su cento erogati per prestazioni sociali vanno al 10% più povero della popolazione, mentre spendiamo quasi cinque miliardi di euro in misure assistenziali destinate al 40% della popolazione con redditi più alti"

Lorenzo Bini Smaghi - già membro del comitato esecutivo della Banca centrale europea - ha scritto La tentazione di andarsene. Fuori dall'Europa c'è un futuro per l'Italia? (il Mulino, 2017). La tesi di Bini Smaghi è che i problemi che attanagliano il Belpaese e non gli consentono di crescere come gli altri Paesi europei sono di lunga data, non sono dovuti all'euro. Ne consegue che "la difficoltà di riformare diventa un alibi per accettare l'immobilismo". Oppure che "l'Europa viene così resa responsabile di tutti i problemi, con l'effetto di allontanarei cittadini dal senso di comune appartenenza"
Il volume è suddiviso in agili capitoli che inchiodano l'Italia alle proprie responsabilità ("Sta in noi", Menichella, cit.). Il titolo dei singoli capitoli parla da solo: "Non è colpa del cambio dell'euro" (vedasi post sul capolavoro di Carlo Azeglio Ciampi), "E' la produttività, stupido!", "Non è l'austerità", "Troppi risparmi, pochi investimenti".Non solo economia, abbiamo detto all'inizio. Allora, coerentemente, segnalo due libri che mi hanno emozionato: La seconda vita di Annibale Canessa (Rizzoli, 2017), di Roberto Perrone (giornalista sportivo, ex Corsera), e La lista (Rizzoli, 2017) di Lirio Abbate, giornalista dell'Espresso.
Nel suo romanzo noir Perrone ci guida nei meandri della corruzione che caratterizza l'Italia, che non esclude il mondo della magistratura. Si parte dagli anni Settanta e si arriva fino ad oggi. Il ritmo è avvolgente. Non si riesce a smettere e in una notte il volume si esaurisce (purtroppo) con molti colpi di scena. Non si svelo nulla a vostro beneficio. Fidatevi.

Lirio Abbate è un giornalista dell'Espresso che va in giro con la scorta perchè più volte minacciato dalla criminalità. La lista. Il ricatto alla Repubblica di Massimo Carminati è il racconto (vero) della rapina del secolo del 1999 a Roma. Un commando di criminali svuota il caveau della banca del Tribunale di Roma di Piazzale Clodio. Alla guida della banda c'è Massimo Carminati, er Cecato, recentemente condannato in primo grado a 20 anni di reclusione, per associazione a delinquere, condizionando l'amministrazione della Capitale, in mano a criminali di prim'ordine.
Carminati, nella sua lunga vita processuale, fu anche accusato di essere l'esecutore materiale il 20 marzo 1979 l'omicidio di Carmine (detto Mino) Pecorelli, giornalista investigativo di OP con ottime fonti. Nell'aprile 1999 la Corte d'Assise di Perugia lo assolve dall'accusa per non aver commesso il fatto.
Antonio Mancini, pentito della Banca della Magliana, disse al processo: "Fu Massimo Carminati a sparare a Mino Pecorelli insieme ad Angiolino il biondo (il Mafioso siculo Michelangelo La Barbera, ndr). Il delitto era servito alla Banda della Magliana per favorire la crescita del gruppo, favorendo entrature negli ambienti giudiziari, finanziari, romani. Quelli che detenevano il potere".
Massimo Carminati
Carminati faceva parte dei NAR, Nuclei Armati Rivoluzionari, organizzazione criminale della destra eversiva, a cui appartenevano anche Giusva Fioravanti (condannato all'ergastolo per la strage di Bologna del 2 agosto 1980) e Alessandro Alibrandi. Quest'ultimo - morto in uno scontro a fuoco con la polizia nel 1981 - era figlio del potente magistrato dell'Ufficio Istruzione della Procura di Roma Antonio Alibrandi, che - con il collega Luciano Infelisi - , fu il protagonista dell'attacco politico-giudiziario alla Banca d'Italia guidata dal quel galantuomo di Paolo Baffi il 24 marzo 1979, a soli quattro giorni dal delitto Pecorelli.
La storia d'Italia la si può capire meglio partendo dalle vicende torbide e occulte. Il ricatto ad avvocati e magistrati romani che è seguito al furto nelle cassette di sicurezza nel 1999 aiuta a fare un po' di chiarezza. Solo alcune cassette di sicurezza vennero aperte. Tra cui quella di Orazio Savia, pm che nel 1997 venne arrestato e condannato per corruzione. Anche Domenico Sica fu rapinato. Sica fu colui che sottrasse a Gherardo Colombo e Giuliano Turone l'indagine sulla P2 della Procura di Milano. Eravamo all'epoca del "porto delle nebbie". Fortunamente oggi alla procura di Roma ci sono Giuseppe Pignatone e Paolo Ielo.

Buona lettura e buone vacanze. Ci rivediamo a settembre.

lunedì 17 luglio 2017

In alto i cuori per Roger Federer, campione cristallino, che conquista il suo ottavo Wimbledon

Nessuno nella storia del tennis professionistico aveva mai vinto otto Wimbledon Championships. Il record lo ha raggiunto lo svizzero Roger Federer, ormai trentacinquenne, che ha battuto in finale con estrema facilità il croato Marin Cilic.
Un dato su tutti: Federer ha vinto Wimbledon senza perdere un set. Gli avversari quest'anno si sono sciolti al sole: Rafa Nadal ha perso una maratona al quinto set 15-13 contro il lussemburghese Gilles Muller, uno dei pochi che gioca ancora serve & volley; Andy Murray ha perso contro Sam Querrey (in precedenza Fognini è stato battuto da Murray in quattro set; con un po' più di determinazione l'italiano lo avrebbe potuto battere); Djokovic si è ritirato per infortunio (ma non c'è con la testa da un po' dopo anni formidabili) contro il ceco Tomas Berdych, l'unico a mettere un po' in difficoltà Sua Federarità (Clerici, cit.) in semifinale.

Lo scrittore Alessandro Baricco ha preso baracca e buratttini ed è andato in pellegrinaggio in Church Road a Londra per ammirare Roger Federer. Ne ha tratto un pezzo mirabile su Repubblica. Cito un passaggio decisivo: "La fondamentale differenza tra Federer e gli altri giocatori di tennis del pianeta è che gli altri giocano a tennis, lui invece fa una cosa che ha più a che vedere col respirare, o col volo degli uccelli migratori, o col rinforzare del vento la mattina. Qualcosa che è scritto già da un sacco di tempo, inevitabile, nell'andare delle cose. Qualcosa di naturale".

La naturalezza, la apparente semplicità del colpo. Anche quando John McEnroe metteva una volee all'incrocio delle righe, dopo che Bjorn Borg piazzava un passante incrociato, sembrava che tutto fosse più che banale. E' proprio dei grandi agire con naturalezza, con leggerezza e semplicità.
Sempre Baricco: "Se guardando gli altri giocatori il piacere è registrare l'abilità incredibile con cui riescono a venire fuori dall'artificiosa situazione di merda cui sono condannati, guardare lui è qualcosa di affine a vedere il leone muoversi nel suo ambiente naturale: sonnecchia, corre, salta, incidentalmente sbrana una gazzella...giocargli contro deve essere allucinante".

Come ha scritto Gianni Clerici, non ci resta che ringraziare Federer per il piacere, le emozioni che ci dà. Di per sè, entrare sul Campo Centrale di Wimbledon è una gioia incredibile. Vedere giocare Federer ancora di più.

P.S.: un plauso alla spagnola Garbine Muguruza, che ha battuto in finale la rediviva Venus Williams, splendida trentasettenne.

martedì 4 luglio 2017

85mila persone per 30 posti in Bankitalia. C'è molto da riflettere su questa situazione fantozziana

La notizia della partecipazione monstre di 85mila persone per 30 posti di vice-assistente in Banca d'Italia si è incrociata con la scomparsa di Paolo Villaggio, straordinario attore, i cui personaggi, da Fracchia a Fantozzi sono entrati nell'immaginario collettivo.

Chi partecipa al concorso in Banca d'Italia vive certamente una situazione fantozziana. Significa avere lo 0,035% di probabilità di farcela. E chissà quando usciranno le graduatorie finali, poichè i sindacati - e te pareva - hanno già minacciato con miopia ricorsi perchè, visto l'alto numero di partecipanti, si richiede la laurea magistrale come titolo preferenziale. Da segnalare che vice-assistente è il livello più basso per il personale assunto in Banca d'Italia. Lo stipendio previsto è di 28mila euro lordi l'anno.

Il mito del posto fisso è duro a morire. Ricordo ancora il racconto di Francesco Giavazzi che spiegava come la paura di fallire in Italia fosse dominante. Da qui il mito del posto fisso, raccontato con ironia prima da Paolo Villaggio e di recente da Checco Zalone.
Così Giavazzi nel volume "Il liberismo è di sinistra" (il Saggiatore, p. 78): “La figlia di un nostro collega stava per sposarsi, ma all’ultimo decise di rompere il fidanzamento. All’inevitabile domanda sulle motivazioni di una scelta tanto drastica rispose che, tra l’altro, il fidanzato non “era mai fallito”. Il povero ex fidanzato era probabilmente un ragazzo che preferiva un posto fisso e non aveva partecipato all’effervescente nascita di nuove iniziative legate a internet, molte delle quali, appunto, sono fallite. La figlia del nostro collega avrebbe serie difficoltà a trovare un “fallito” da sposare in Italia”.

Tornando al concorso in Bankitalia, credo abbia ragione il giurista Pietro Ichino che denuncia un sistema malato: "Questo numero di candidati comporta un costo abnorme per l'ente, che andava evitato con l'adozione di un filtro preliminare più stringente. Si poteva chiedere la buona conoscenza non solo dell'inglese ma di una seconda lingua straniera".
Ichino insiste sulle manchevolezza di sistema: "Alle radici c'è la grave mancanza di un servizio di orientamento scolastico e professionale che fornisca agli adolescenti e ai giovani in cerca di prima occupazione un'informazione qualificata sul tipo di lavoro a cui possono aspirare e sui percorsi necessari per arrivarci. Il dato delle 80mila candidature è figlio di una diffusa ignoranza di come funziona effettivamente il mercato del lavoro".

Nel 2017 c'è ancora gente che si sobbarca viaggi fantozziani alla ricerca di un agognato posto fisso. Ma datevi da fare, studiate come diventare imprenditori, lavorate sulle vostre potenzialità, non chiudetevi in un ufficio pubblico! Il destino ha più fantasia di noi.

venerdì 23 giugno 2017

La condanna a 6 anni di Roberto Formigoni, non solo arrogante, presuntuoso e avido; per i giudici "callido e pervicace"

Uno dei personaggi più squallidi della politica italiana è senz'altro Roberto Formigoni, per vent'anni dominus incontrastato della Regione Lombardia. Ciellino fin da adolescente, il "Celeste" ha utilizzato il pensiero di Don Giussani - a cui verrà intitolata anche la fermata Solari della prossima M4 milanese - a fini strumentali, per arraffare vantaggi patrimoniali, quantificati dai giudici in oltre 6 milioni di euro. Parlare di Gesù ed andare in yacht a spese dei contribuenti è insuperabile.
Senza essere soci della Compagnia della Opere, alias Cdo, la "lobby di Dio", in molte società partecipate della Regione Lombardia non si lavora, ancora oggi. E' deprimente, ma è così.

Formigoni aveva un conto corrente alla Banca Popolare di Sondrio che funzionava solo nella sezione avere. Non aveva uscite, sono entrate. E come faceva a vivere? Boh, Formigoni ai giudici non è riuscito a spiegarlo. Vale la pena citare la testimonianza del ristoratore Claudio Sadler al processo: «Pagava sempre Daccò anche quando Formigoni veniva da solo. Avevamo ricevuto personalmente da Daccò la disposizione che i conti del presidente fossero a suo carico. Formigoni, anche quando veniva senza Daccò, non si preoccupava affatto del conto e, una volta finita la cena, andava via. Ringraziava e andava senza neppure chiedere quale fosse l’importo. Ordinava peraltro con libertà, bevendo solo champagne del quale è particolarmente appassionato».

A Repubblica, che per anni riportava le storie delle sue vacanze, pagate dai suoi sodali Daccò e Simone (che potevano promettere al mondo della sanità privata ingenti rimborsi nelle prestazioni non tariffabili), il senatore - ancora oggi presidente della Commissione Agricoltura (ma cosa ne sa quest'uomo di agricoltura?) - rispondeva che si trattava di "riciclo di immondizia". La settimana scorsa Sebastiano Messina ha scritto con ironia: "L'uomo che non volle mai rispondere alle cinque domande di Repubblica sui regali del faccendiere Daccò è stato condannato per aver abusato del suo potere . Le risposte che lui non volle dare nel 2012 sono arrivate, cinque anni dopo, nella sentenza di un Tribunale. E a quella che lui chiamava "immondizia", i giudici hanno dato un altro nome: corruzione".

Delle oltre 600 pagine della sentenza di primo grado mi hanno colpito due termini ormai desueti. Formigoni ha abusato del suo potere "in modo callido e spregiudicato, per fini smaccatamente di lucro".
La callidità è quell'astuzia che viene allenata dall'esperienza; callido è l'ingegnoso segreto del vecchio liutaio nella scelta del legno per un violino, callido il tono emozionante e divertente con cui parla il professore che in decenni ha forgiato il suo metodo per far passare la materia.
Corrado Augias ricorda come nel passato callido era Ulisse, un campione di astuzia: "La callidità è una furbizia allenata e consolidate dall'esperienza, chi è davvero callido infatti non lo dà tanto a vedere". Viceversa Formigoni con quelle giacche color aragosta si faceva vedere eccome. Chi non ricorda l'imitazione di Crozza?
Formigoni ostentava alla grande fino a essere pacchiano. Sdraiato sui divani all'ultimo piano di Palazzo Lombardia, come un pascià. Tanto l'arredamento lo pagano i contribuenti lombardi. Si può certamente parlare di spudoratezza, di chi si sente protetto e dopo lustra di potere non vede limiti alle sue licenze.
Come si fa a proclamarsi vergine, a essre un devote di Memores Domini e rotolarsi nel lusso delle barche e delle ville in Sardegna? Come scrive Augias "Gesù su quegli yacht non ci avrebbe nemmeno messo piede, men che mai con una giacca color aragosta".
Sempre i magistrati di Milano hanno definito Formigoni "pervicace", che il dizionario Treccani definisce "che non si lascia convincere, che rimane ostinatamente fermo nelle proprie convinzioni, anche errate, o nel proprio atteggiamento e comportamento". L'ostinazionazione cieca, così come le urla al desk Alitalia (ve le ricordate?). Il potere nella sua arroganza massima. 
Aspettiamo il secondo grado e la Cassazione, con calma. Finirà anche la legislatura, così Formigoni non sarà più protetto galle garanzie dei parlamentari.

Tra i tanti che si sono fatti abbindolare da Formigoni c'è qualcuno che vuole fare mea culpa?

lunedì 19 giugno 2017

Ma le Università italiane sono davvero così indietro?


Quacquarelli Symonds, una società britannica che si occupa di servizi per studenti universitari in tutto il mondo, ha pubblicato i QS World University Rankings, ossia la classifica delle migliori università mondiali. In testa c’è l’M.I.T. (Massachusetts Institute of Technology di Boston), seguito da Stanford e da Harvard; quarto il California Institute of Technology, quinta Cambridge, sesta Oxford.

E le italiane? La Bocconi non c’è, perché specialistica.

Il Politecnico di Milano è al 170° posto, l’Alma Mater di Bologna al 188°, la Scuola Superiore S. Anna e la Scuola Normale di Pisa al 192°.
Mah….

Sarebbe ridicolo negare l’esistenza di gravi problemi e forti insufficienze in ordine ai nostri atenei.
Tuttavia, persino americani, inglesi, europei ed asiatici riconoscono che nelle nostre migliori Università la qualità dell’insegnamento è molto elevata ed un laureato del Politecnico di Milano o della Normale di Pisa è in grado battere, in un confronto uno contro uno, qualunque laureato americano, inglese o asiatico.

Certo, è giusto che una classifica generalista tenga conto di tanti fattori, organizzativi, gestionali, ambientali oltre che scientifici. Ma il risultato, deludente, nonostante qualche progresso rispetto agli scorsi anni, deve servirci per porre rimedio alle carenze, senza però ignorare che la qualità delle nostre punte di eccellenza esiste e va preservata.

La domanda da porsi è come la Bocconi ha recuperato posizioni in classifica nell’ambito delle università europee di economia. Ha analizzato con attenzione quali fattori sono presi in considerazione dalle società di valutazione. In ogni area di debolezza si nomina un responsabile che tiene il passo del progetto di miglioramento. Molte università italiane si disinteressano dell’ufficio Placement, che è invece considerato in modo rilevante all’estero. Perché non metterci mano? Per pigrizia, supponenza, o benaltrismo.

Una tendenza interessante che dovremmo portare in Italia è la contaminazione delle discipline. I laurendi in medicina devono studiare economia e chi studia finanza deve studiare Joyce e Proust. Si parla sempre di più di digital humanities, le discipline umanistiche declinate sul web. Una volta studiato Leopardi, allo studente si dà il compito di aprire una pagina su Facebook e di creare contatti, rete di comunità di seguaci, “persi” per il grande poeta di Recanati.

Agar Brugiavini
Tempo fa ero al telefono con Agar Brugiavini, direttrice del Collegio Internazionaledi Ca’ Foscari, la quale mi disse: “Il nostro studente tipo studia economia o filosofia a Ca’ Foscari e, al contempo, effettua nel Collegio (dove risiede) dei percorsi di didattica complementare (in gergo, “Minor”, ossia con un numero di crediti inferiore al corso di laurea) in altre discipline. L’obiettivo è approfondire temi non specifici della propria disciplina. In tal modo lo studente matura molto, apre la propria testa ed è disponibile a mettersi in gioco anche su altre discipline”.

Brugiavini sottolineò un punto molto rilevante, la necessità di conoscenze orizzontali che consentano di affrontare il cambio di tipologia di lavoro durante la propria vita: “L’università deve preparare lo studente a un mondo lavorativo dove il percorso fordista si è esaurito, avremo sempre più ‘carriere interrotte’, caratterizzate da discontinuità”. Un modo per essere pronti è contaminare i saperi e le conoscenze. Ai laureati in lettere, per esempio, durante il percorso magistrale, organizziamo dei laboratori di “Digital humanities”, dove si impara a costruire pagine web, sondaggi su facebook, interviste online”.

Proprio pochi giorni fa alla Stampa Ivo Dionigi, già rettore dell’Università di Bologna, ha detto: “Dobbiamo investire sul sapere orizzontale. Anche Steve Jobs diceva che abbiamo bisogno di ingegneri rinascimentali. Nei saperi tecnologici si deve inserire la storia, in quelli umanistici l’economia. Dobbiamo insegnare ai ragazzi ad essere capaci di imparare”.

Con tutti i laureati in discipline umanistiche e le migliaia di studenti in giurisprudenza (troppi, vedasi le analisi di Nicola Persico), urge spingere le facoltà a contaminare le lezioni con dosi sempre maggiori di scienza e statistica.

P.s: Questo post è scritto a 4 mani con Pippo Amoroso, già presidente dell’Associazione per il Progresso Economico.