mercoledì 22 giugno 2011

Wimbledon, patriottismo economico e concorrenza

Lunedì è iniziato il Torneo di Wimbledon . Più precisamente sono partiti i The 125th Championships del più affascinante e antico (1877) torneo di tennis del mondo che ha sede presso l’All England Lawn Tennis and Croquet Club , a un’ora dal centro di Londra.

Un momento magico. Per chi - come è - stato più volte sul Campo Centrale, sa di cosa sto parlando. Il manto erboso curato dai migliori giardinieri del mondo, gli inchini al Royal Box, le code all’alba, gli Honorary Stewart con il cappello ornato di verde e viola - i colori del Club - le fragole con panna, l’educazione del pubblico e dei giocatori in campo, con le dovute eccezioni per miti assoluti come John McEnroe, The Genius. Stiamo parlando dei Gesti Bianchi (Baldini e Castoldi, 1995), libro meraviglioso del nostro amato Gianni Clerici.

In onore di Wimbledon, ho ripreso in mano l’indimenticato Tommaso Padoa-Schioppa (TPS) – vedi post Omaggio a TPS – che nel febbraio 2005 scrisse un articolo memorabile dal titolo Il patriottismo economico oggi. L’effetto Wimbledon . Così TPS: “Tra le cose di cui gli inglesi vanno fieri vi è il loro torneo di tennis. Nessun grande giocatore l’ha mai snobbato; il lungo elenco di chi l’ha vinto coincide con quello dei grandi dell’intera era del tennis. Ma che cos'ha Wimbledon di veramente inglese? Solo il luogo...”

Certo i britannici esulterebbero se a Wimbledon vincesse di nuovo un inglese, dopo decenni; ed esulterebbero i produttori britannici di racchette (se ve ne fossero) se tutti i partecipanti al torneo usassero solo racchette made in England. Ma qualora il Club o il governo britannico manovrassero a tali fini premi d’ingaggio ai giocatori, scelta degli arbitri, sorteggio dei turni, tifo del pubblico, il torneo scomparirebbe dal calendario dei veri campioni, dai programmi televisivi e dai bilanci pubblicitari. Una perdita netta per la Gran Bretagna. Così è accaduto per altri tornei, anche italiani”.

Tommaso Padoa-Schioppa
Nel sintetizzare tuttii commenti successivi al suo pezzo, TPS rispose così: “Che metro usare per misurare il successo? Nel vecchio manuale il metro era l’autosufficienza, posta al servizio della sicurezza nazionale. Nel nuovo la misura è semplice, numerica e prettamente economica: il prodotto nazionale, cioè l’incremento di ricchezza. Vince il Paese più bravo a produrre ricchezza”.

Nel mondo dell’autosufficienza, il popolo- produttore estrae carbone dal Sulcis, vola Alitalia e strapaga banche ed energia. Lo «stra» è una tassa per la difesa nazionale. Ma il dividendo della pace libera il popolo da quella tassa: specializzarsi in ciò che si produce meglio e venderlo all’estero in cambio di ciò che l’estero produce meglio. Il minatore del Sulcis diverrà informatico di Tiscali, il bravissimo pilota di Alitalia volerà tra Linate e Fiumicino per British Airways. Il dividendo della pace va a tutto il popolo”.

Diventare più bravi significa anche, forse soprattutto, risolvere meglio i conflitti tra interessi contrapposti; conflitti che sempre abbondano all’interno di una comunità pur unita da uno stesso senso di appartenenza. L'interesse generale, o nazionale, è sì un concetto unitario, ma non c’è un solo modo d’intenderlo. E ognuno di solito l’invoca per trovare alleati al proprio interesse. La lista è lunghissima: piccoli commercianti, banchieri autoctoni, stanchi industriali di terza generazione, dirigenti di sindacati cui nessun giovane s’iscrive, detentori di licenze di taxi, ordini professionali, farmacisti, tabaccai. Ognuno reclama protezione del proprio interesse particolare in nome di quello generale.


John McEnroe
Giavazzi non esagera quando osserva che «televisioni, banche, autostrade, il gas dell’Eni (ma anche gli edicolanti e i notai) guadagnano solo perché sono blindati da una regolamentazione scritta per proteggerli ai danni dei consumatori ». Se è vero che la misura del successo è la crescita del prodotto nazionale, non è meno vero che di solito i provvedimenti capaci di rafforzare quella crescita giovano ad alcuni e nuocciono ad altri. Wimbledon rimane il torneo più affascinante perché produttori di racchette inglesi, vivaisti d’erba cattiva, federazione dei tennisti britannici e via dicendo non sono riusciti a prenderlo in ostaggio. Certo che l’Italia non è l’Inghilterra. Ma l’esempio di Wimbledon illustra soprattutto l’importanza di scegliere l’obiettivo giusto nel coacervo degli interessi eterogenei che ruotano intorno a uno stesso evento. E «giusto» (da un punto di vista economico, s’intende) è quello che fa crescere il prodotto nazionale”.

Qualcuno ha voglia di ascoltare TPS, almeno la prima settimana di Wimbledon?

Diamo il buon esempio e suggeriamo una lettura pro-concorrenza: la Relazione del Presidente dell’Antitrust, Autorità Garante della Concorrenza e del mercato.

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